Maria Augusta Galletti, nata ad Ordrovago di Cravagliana nel 1943, un anno terribile per il nostro Paese, viveva a Borgosesia, riempiendo il tempo libero con originali creazioni artigianali e artistiche: per la Biblioteca di Varallo realizzò una grande vetrofania con un presepe ambientato sotto il Sacro Monte, riprodusse la facciata di Palazzo Racchetti in una tavoletta portachiavi e schizzò la piazzetta Calderini come decorazione di un porta-oggetti da scrivania in legno. Amava disegnare e dipingere, ma la sua grande passione era la scrittura. Autrice di molti articoli pubblicati sui giornali locali, ma anche di racconti premiati a numerose rassegne nazionali, si era cimentata in un’opera di più ampio respiro, per raccontare un mondo del quale era stata testimone e protagonista, travolto dagli impetuosi cambiamenti sociali: “Orecchini di ciliegie”. Il libro, che ebbe il patrocinio della Provincia di Vercelli, dei Comuni di Varallo e di Cravagliana, fu presentato a Varallo il 5 dicembre 2007, presso gli accoglienti locali della Taverna D’Adda: oltre trecento pagine, di cui sedici illustrate con fotografie originali tratte dagli archivi dell’Autrice, di amici e conoscenti, per raccontare una storia familiare che diventava comunitaria, ambientata negli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale alla ripresa e ricostruzione di un paese che nutriva molte speranze nel futuro, un luogo ed un tempo appena alle spalle, in cui l’autrice, protagonista del racconto, accompagnava il lettore, aiutandolo a non perdersi nei frequenti salti temporali. I momenti di vita valsesiana tra Ordrovago e Varallo, rivivono nella prosa sciolta di Maria Augusta Galletti, che fa un ampio uso del linguaggio locale, il “dialetto”, la prima forma di comunicazione orale con il mondo circostante, ma questo non ostacola la piena capacità di farsi intendere al di fuori della Valsesia (agevolata da un glossario bilingue pubblicato in appendice) anzi conferisce una sorta di musicalità interna alle pagine che scorrono con la leggerezza dei movimenti di un concerto. Sarebbe riduttivo definire questo libro un’autobiografia, perché è qualcosa di più ampio, è la memoria di “luoghi dell’anima”, oltre ad essere scaturito da emozioni vissute in prima persona: raccontare e raccontarsi era diventato un modo per dare un senso alla propria esistenza e agli avvenimenti che si sono succeduti. Nel nostro tempo intriso di tecnologia, almeno superficialmente, si tende a sottovalutare l’importanza dell’esperienza: le veglie nelle stalle nelle lunghe sere d’inverno erano uno dei modi per trasmetterla attraverso metafore e racconti. La notte inghiottiva la flebile luce delle lum, ma ampliava l’orizzonte dell’immaginazione. Il ricordo personale coinvolge i ricordi dei lettori valsesiani, ma anche non, nel ritrovare stralci delle loro vite, stimolati a recuperarne parti che consideravano perdute, entrando nella quotidianità di chi legge, creando un incontro tra esistenze. “Orecchini di ciliegie” è un titolo che nasceva da un ricordo d’infanzia, quando le bambine le appendevano alle orecchie, richiama la primavera, ma riecheggia anche i “cireseui”, quei valsesiani che al fiorire dei primi ciliegi ripartivano dalla Valle. Tra gli ispiratori del libro Eliano, fratello di Maria Augusta, scomparso purtroppo senza averlo visto stampato, che era stato emigrante e poi era tornato, rivestendo il ruolo di fabbricere nella chiesa di Ordrovago. Questa donna minuta e tenace ha saputo far ordine nel recente passato e organizzare la memoria in un filo coerente: in quegli anni del primo dopoguerra, quando il mondo si preparava a cambiare radicalmente, scendere da Ordrovago, una piccola frazione di Cravagliana, a Varallo era davvero un bel salto, che Maria Augusta descrive in maniera appassionante, talvolta commovente, come quando rievoca l’esperienza dell’Asilo in cui “piangeva in dialetto”, perché neppure il linguaggio le apparteneva; il suo è stato un tentativo riuscito di conciliare il vecchio e il nuovo, la tradizione con la “modernità” che avanza e travolge. Dalle pagine emerge una Varallo in piena crescita con industrie legate al tessile, animata da personaggi come Fra’ Tranquillo o il Maresciallo, in cui i riti religiosi rappresentavano una fede profonda e ben radicata. Nell’estate 2008 il volume era stato presentato nella sala consigliare di Cravagliana, alla presenza di un pubblico numeroso e partecipe. “Meno di trenta case, una chiesa, un giseu, prati col fieno, campi di patate e fagioli, boschi, sentieri, alberi da frutta e castagni secolari, sassi radicati lì come sacri monumenti: testimoni silenziosi ma evocativi del passaggio delle generazioni sul monte in alto, ma dove l’orizzonte è ancor più alto, sopra le creste dentellate e ove aleggiano, sotto quel cielo cangiante, profumi, atmosfere, nostalgia. Questo è Ordrovago, il mio paese”: Maria Augusta e i suoi fratelli Eliano, Adriano e la sorella Rita amavano tornare in montagna, il paese natale era rifugio e libertà al tempo stesso. Come gesto d’amore verso il marito Giacomo Occhiogrosso, Mimì, nativo di Miglionico, un paesino in provincia di Matera, Maria Augusta aveva scritto: “Cavallucci di creta. Danza di ricordi sul colle di Miglionico tra case bianche e Castelli”, presentato il 26 settembre 2010 durante la “Sagra dei fichi secchi”. Maria Augusta non ebbe una vita facile, ma ha saputo conservare ottimismo e una grande generosità che le facevano stabilire rapporti empatici. Ormai capitava raramente di incontrarci, ma era come ci fossimo appena lasciate. In occasione della visita in Biblioteca alla Mostra sul Millennio mi disse che avrebbe tanto voluto riuscire a fare la volontaria in questo luogo di cultura che amava e che sentiva congeniale: non ce n’è stato il tempo. Adesso finalmente lei è là dove avrebbe voluto essere, indossa l’amato costume, libera tra le sue montagne.
Varallo-Civiasco - 28 gennaio 2026, 10:04
Da Ordrovago a Varallo, la memoria in scrittura: il ritratto di Maria Augusta Galletti e del suo “Orecchini di ciliegie”
Da Ordrovago a Varallo, la memoria in scrittura: il ritratto di Maria Augusta Galletti e del suo “Orecchini di ciliegie”