Corrado Busnelli, 54 anni, quaronese, di professione agente di commercio, è il primo valsesiano nella storia del corpo Aib (Antincendi boschivi) del Piemonte eletto a Ispettore Generale. Una gavetta, sempre da volontario, iniziata da tempo.
Corrado, partiamo dall’inizio: come e quando è nata la scelta di entrare nel mondo AIB come volontario?
Sono entrato a far parte del mondo AIB del Piemonte circa 32 anni fa. Vivo in un piccolo paese della Valsesia, ai piedi delle montagne, circondato da boschi meravigliosi che però, ciclicamente, venivano colpiti dagli incendi, mettendo a rischio case, chiese, animali e interi territori.
Da ragazzo rimanevo colpito nel vedere i volontari AIB partire per affrontare le fiamme con mezzi spesso limitati, talvolta utilizzando rastri e pale presi direttamente dai propri orti, ma animati da una passione e da un senso del dovere straordinario. In una piccola comunità quell’esempio lascia il segno: è stato proprio osservando il loro impegno che è nata in me la voglia di iniziare questa avventura.
Qual è stato il primo ricordo “vero” sul campo che le ha fatto capire quanto questo impegno sarebbe diventato importante nella sua vita?
Dopo 32 anni di volontariato è difficile isolare un solo ricordo, perché ogni intervento lascia qualcosa. Il primo, però, è indelebile: il mio “battesimo del fuoco”, il primo incendio nel mio comune di residenza, Quarona. Le fiamme avanzavano senza sosta; i volontari più esperti erano sul fronte, mentre noi “reclute” trasportavamo a spalla le taniche d’acqua. Una fatica enorme, una tecnica ormai quasi scomparsa, ma la soddisfazione a fine giornata, dopo aver domato l’incendio, fu impagabile.
Un secondo ricordo, purtroppo drammatico, risale al 1994, durante la frana di Varallo Sesia: una domenica passata a spalare fango e rimuovere detriti con le mani, nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Un evento che mi ha segnato molto, forse dovuto anche alla giovane età.
Il terzo è legato al terremoto dell’Aquila, dove ho ricoperto il ruolo di team leader al campo di Petogna. Una responsabilità forse più grande della mia esperienza di allora, ma che mi ha fatto crescere enormemente, insegnandomi a prendere decisioni difficili, a lavorare in squadra e a conoscere persone straordinarie. Tre momenti diversi, in fasi diverse della mia vita, che hanno definito il valore profondo di questo impegno.
Quali sono state le tappe principali del suo percorso all’interno dell’AIB fino ad arrivare al ruolo di Ispettore Generale del Piemonte?
Posso dire di aver fatto la classica gavetta. Ho iniziato portando l’acqua sulle spalle, spegnendo incendi con pale e attrezzi manuali, per poi passare ai moduli antincendio e alle tecniche più evolute.
Dal punto di vista dei ruoli, come tutti sono partito da volontario, ricoprendo poi incarichi come segretario e tesoriere di squadra, caposquadra, vice comandante di distaccamento, ispettore provinciale per due mandati, Co.aib, segretario generale regionale, fino ad arrivare oggi al ruolo di Ispettore Generale. Un percorso completo, fatto di esperienza sul campo e di responsabilità crescenti.
Essere il primo valsesiano nella storia del corpo AIB Piemonte a raggiungere questo incarico che significato ha, personalmente e per il territorio?
È un traguardo che mi riempie il cuore di gioia e orgoglio, non solo per me, ma anche per la mia famiglia e per la squadra di appartenenza, che per anni è stata una seconda famiglia.
La Valsesia e la provincia di Vercelli sono realtà più piccole rispetto ad altre aree del Piemonte, con un numero inferiore di squadre: proprio per questo, il mio risultato assume un valore ancora più significativo. A volte faccio ancora fatica a crederci.
Detto questo, non ho mai guardato al mio “orticello”. Il Corpo AIB è una realtà regionale e deve rimanere tale: il compito dell’Ispettore Generale è garantire equilibrio, rappresentanza e capillarità su tutto il territorio piemontese.
Quando ha deciso di candidarsi, quali obiettivi si è posto fin da subito come priorità?
Quando ho deciso di candidarmi, mi sono posto fin da subito obiettivi chiari e concreti. Il Corpo AIB stava attraversando un periodo complesso, a causa di scelte amministrative legate a cambiamenti importanti nella gestione degli acquisti, che avevano inevitabilmente rallentato attività fondamentali come la formazione, l’approvvigionamento dei DPI, delle attrezzature e dei mezzi.
Con la mia Direzione Regionale ci siamo concentrati su questi aspetti, cercando di far ripartire rapidamente questa “macchina” che, pur essendo molto bella, è anche complessa e difficile da far funzionare. Parallelamente, bisognava garantire l’operatività quotidiana, organizzare le missioni estive, gestire il pre-posizionamento in Francia con i Vigili del Fuoco e il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, e affrontare le emergenze sia piemontesi sia extra regionali. Ma grazie ad un lavoro di Squadra, con il resto della direzione e con i Quadri del Corpo, ci stiamo lavorando giorno dopo giorno senza sosta.
Per me è stato inoltre basilare rafforzare e consolidare i legami tra le parti, in particolare tra i componenti del Sistema AIB regionale – Regione Piemonte, Vigili del Fuoco e Carabinieri Forestali – perché solo un sistema coeso può funzionare al meglio. In tutto questo, il dialogo gioca un ruolo fondamentale, non solo con queste figure, ma in generale con tutte le realtà con cui ci si trova a collaborare o a interagire, non per ultimo il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile ed i Coordinamenti provinciali.
L’obiettivo era e lo è tuttora, quello di riportare efficienza, continuità e sicurezza, garantendo ai volontari gli strumenti, la formazione e le risorse necessarie per operare al meglio sul territorio, senza mai trascurare l’attenzione al valore umano e alla collaborazione tra tutti i livelli del Corpo.
Qual è oggi la responsabilità più grande che sente sulle spalle nel ricoprire un ruolo di coordinamento e guida a livello regionale?
Le responsabilità sono molte ed il loro peso si avverte soprattutto nei momenti più critici, come durante i grandi incendi o le calamità di vasta portata. Sapere di avere decine di volontari impegnati nei boschi in fiamme o tra fango e macerie genera inevitabilmente molta preoccupazione.
La sicurezza viene prima di tutto: ogni donna e ogni uomo che interviene deve poter tornare a casa dai propri affetti, arricchito dall’esperienza ma senza conseguenze. Questo è il pensiero che accompagna ogni decisione.
In Piemonte, quali sono le criticità più frequenti legate agli incendi boschivi e quali aree risultano più vulnerabili?
In Piemonte le criticità più frequenti legate agli incendi boschivi derivano soprattutto dalla combinazione di condizioni climatiche favorevoli al fuoco, come prolungati periodi di siccità e alte temperature, e caratteristiche del territorio, spesso montano o collinare, con fitte aree boschive difficili da raggiungere rapidamente.
E’ difficile definire le zone più vulnerabili in Piemonte, perché se andiamo a vedere gli ultimi anni, importanti incendi hanno colpito tutte le province della nostra regione, soprattutto dove la conformazione del territorio, la presenza di boschi fitti e la vicinanza a insediamenti rurali aumentano, il rischio. Anche le zone collinari e agricole possono diventare a rischio in caso di incendi che si propagano rapidamente, soprattutto quando il bosco incontra aree antropizzate.
A questo si aggiunge il fattore umano: gran parte degli incendi ha origine da comportamenti non corretti o disattenzioni, e quindi la prevenzione resta uno degli strumenti più efficaci per ridurre i rischi. Il lavoro del Corpo AIB, quindi, non riguarda solo la gestione degli incendi in corso, ma anche l’educazione, il presidio del territorio e l’attenzione ai punti critici più sensibili.
In Piemonte funziona molto bene il Sistema AIB regionale, che integra il Corpo AIB con la Regione Piemonte, i Vigili del Fuoco e i Carabinieri Forestali. Questa collaborazione strutturata garantisce una risposta coordinata, rapida ed efficace in caso di emergenze, permettendo di affrontare incendi di diversa entità e complessità con professionalità e sicurezza.
Quanto conta la prevenzione nel vostro lavoro e quali azioni concrete possono davvero ridurre il rischio di incendi?
La prevenzione è fondamentale: rappresenta la base per la tutela dei boschi e per garantire interventi efficaci e soprattutto sicuri. Parliamo di attività concrete come la pulizia dei sentieri e dei tagliafuoco, che non solo permettono di raggiungere più facilmente l’incendio, ma fungono anche da vie di fuga, oppure la gestione dei punti acqua naturali e delle vasche per il rifornimento dei mezzi aerei o terrestri.
Purtroppo oggi molti boschi sono sempre più abbandonati: piante cadute, fogliame non rimosso, materiale secco accumulato. In questo contesto, ogni azione di prevenzione diventa un elemento determinante per limitare lo sviluppo di incendi di grandi dimensioni.
C’è ancora poca consapevolezza, secondo lei, di quanto piccoli comportamenti quotidiani possano generare conseguenze enormi nei boschi?
Purtroppo sì, e le statistiche lo dimostrano chiaramente: la maggior parte degli incendi ha origine antropica. Gesti apparentemente banali, come lo smaltimento scorretto della cenere ancora calda, un petardo lanciato nel luogo sbagliato, una grigliata non controllata o l’abbruciamento di residui vegetali, possono innescare incendi con conseguenze devastanti per il patrimonio boschivo, faunistico e per le comunità locali.
Aumentare la consapevolezza è una sfida fondamentale tanto quanto l’intervento operativo.
Il cambiamento climatico sta modificando la natura e la frequenza degli incendi boschivi: cosa state osservando negli ultimi anni?
Negli ultimi anni stiamo osservando cambiamenti molto evidenti. Gli incendi non sono più confinati a periodi specifici dell’anno: la stagione AIB si è di fatto allungata e, in alcuni casi, non si interrompe più. Assistiamo a inverni più secchi, primavere con scarse precipitazioni e a estati caratterizzate da ondate di calore prolungate, che rendono i boschi estremamente vulnerabili.
Un altro aspetto significativo è l’aumento dell’intensità degli incendi: fiamme più veloci, comportamenti del fuoco meno prevedibili e situazioni operative più complesse e pericolose per i volontari. Inoltre, eventi meteorologici estremi come vento improvviso o lunghi periodi di siccità contribuiscono a creare condizioni ideali per incendi di grandi dimensioni.
Il cambiamento climatico, quindi, non è più una previsione futura, ma una realtà con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. Questo ci impone di investire sempre di più in prevenzione, formazione e pianificazione, adattando continuamente le nostre strategie per proteggere il territorio e garantire la sicurezza di chi opera sul campo.
Negli ultimi anni, inoltre, il Corpo AIB Piemonte è sempre più spesso chiamato a operare anche fuori regione, partecipando alle campagne estive antincendio nel Sud Italia, in territori come Calabria, Sicilia e Puglia, fino all’intervento dello scorso anno sul Vesuvio. Un segnale concreto di come il fenomeno abbia ormai una dimensione nazionale e di come la collaborazione tra regioni sia diventata indispensabile per affrontare emergenze sempre più complesse.
Nella stessa ottica, sono 3 anni che il Corpo AIB è parte attiva alle operazioni nel preposizionamento con i Vigili del Fuoco italiani, in Portogallo nel 2023 ed in Francia nel 24 e 25, quindi siamo attivati dal DNPC anche all’estero, sempre nelle campagne estive AIB.
Quali sono le difficoltà maggiori nel gestire emergenze sempre più complesse e imprevedibili?
Le difficoltà maggiori derivano dalla crescente imprevedibilità delle emergenze e dalla loro complessità: incendi più estesi e veloci, eventi meteorologici estremi, territori difficili da raggiungere e, in alcuni casi, più incendi contemporanei. Questo richiede una pianificazione accurata, capacità decisionali rapide e una coordinazione costante tra tutte le componenti operative.
Un altro aspetto critico è la gestione delle persone: i volontari sono il cuore del sistema AIB e garantire la loro sicurezza in situazioni pericolose è sempre la priorità assoluta. Ogni decisione va presa con consapevolezza del rischio e con la responsabilità di far rientrare tutti a casa sani e salvi.
Infine, le emergenze sempre più complesse richiedono formazione continua, esperienza e collaborazione totale: nessun volontario, da solo, può affrontare queste situazioni. Il lavoro di squadra, la fiducia reciproca e la conoscenza del territorio diventano elementi fondamentali per affrontare eventi sempre più imprevedibili e delicati.
Per far fronte a tutto questo, è necessario rafforzare la formazione, dotarsi di DPI nuovi, di attrezzature e mezzi all’avanguardia. Grazie al supporto della Regione Piemonte e al DL120, il Corpo AIB sta già rispondendo in maniera massiccia a queste esigenze e potrà farlo ancora almeno per i prossimi due anni, garantendo sicurezza e professionalità ai volontari e protezione efficace al territorio.
L’AIB è anche formazione, addestramento, disciplina: quanto è importante prepararsi quando non si è in emergenza?
La preparazione quando non si è in emergenza è fondamentale, direi imprescindibile. Formazione, addestramento e disciplina non sono elementi accessori, ma rappresentano la base su cui si costruisce ogni intervento efficace e soprattutto sicuro. È nei momenti di calma che si impara a lavorare in squadra, a conoscere le procedure, a utilizzare correttamente i mezzi e le attrezzature, e a prendere decisioni lucide che poi, in emergenza, devono diventare automatiche.
Come Ispettore Generale sono particolarmente attento a questi aspetti, perché so bene che dietro ogni intervento riuscito c’è sempre un lungo lavoro fatto prima, spesso lontano dai riflettori. Investire nella formazione continua e nell’addestramento significa tutelare i volontari, garantire standard elevati di professionalità e assicurare al territorio un Corpo AIB pronto, preparato e disciplinato, in grado di affrontare anche le situazioni più complesse.
Quanto contano, in un intervento, il lavoro di squadra e la fiducia reciproca tra volontari e operatori?
Il lavoro di squadra e la fiducia reciproca sono fondamentali in ogni intervento. Nessuno, da solo, può affrontare un incendio o una calamità complessa: ogni volontario, ogni operatore, è parte di un sistema che funziona solo se c’è collaborazione, rispetto delle procedure e consapevolezza dei propri ruoli.
La fiducia reciproca è ciò che permette di prendere decisioni rapide e sicure anche nelle situazioni più pericolose. Sapere di poter contare sull’altro, che sia un collega della propria squadra o un volontario di un’altra associazione, significa operare con serenità, concentrazione ed efficacia.
Ma il lavoro di squadra va oltre l’operatività: è anche fratellanza, amicizia vera, sostegno nei momenti di fatica, condivisione di esperienze e valori. È questo legame umano che rende il volontariato AIB, ma in generale il volontariato, qualcosa di unico. Sul campo, ogni intervento diventa una piccola comunità, una famiglia allargata, dove ci si sostiene l’un l’altro, e dove la forza di ciascuno contribuisce a proteggere chi ci sta attorno.
Lei è anche un agente di commercio: com’è riuscito a conciliare lavoro, famiglia e volontariato senza “sacrificare” tutto?
Non è stato sempre semplice, e certamente ci sono stati momenti di fatica, ma tutto è stato possibile grazie a passione, organizzazione e sostegno della mia famiglia. Il volontariato non è un hobby: richiede tempo, energie e presenza costante, così come il lavoro e la cura della famiglia. Ho imparato presto a gestire le priorità, pianificare e ottimizzare i tempi, senza mai perdere di vista ciò che è davvero importante.
Da quando rivesto la carica di Ispettore Generale, queste difficoltà sono ovviamente aumentate: gli impegni istituzionali sono maggiori, i momenti lontano da casa più frequenti, e riuscire a conciliare lavoro, famiglia e volontariato richiede capacità di ricavare i giusti spazi e tempi nella giornata, senza trascurare nessun ambito.
La chiave è anche avere attorno persone che comprendono e supportano il tuo impegno. La mia famiglia ha sempre condiviso sacrifici e momenti di assenza, ma mi ha permesso di dare il massimo in ogni ambito. Allo stesso modo, il lavoro mi ha insegnato organizzazione e resilienza, strumenti che si rivelano preziosi anche sul campo del volontariato.
In sostanza, il segreto sta nel considerare lavoro, famiglia e volontariato non come mondi separati, ma come elementi che si arricchiscono a vicenda, se affrontati con passione, rispetto dei tempi e dedizione, anche se è innegabile che non sempre tutto questo è possibile.
In questo percorso, la sua famiglia che ruolo ha avuto? Cosa significa avere accanto persone che capiscono e sostengono questo impegno?
La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale, direi determinante, in tutto il mio percorso. Senza il loro sostegno costante sarebbe stato impossibile portare avanti un impegno così intenso e continuativo. Quando le chiamate arrivavano all’improvviso, nei fine settimana o di notte, e soprattutto quando le mie bambine erano piccole, non è mai stato semplice. Eppure ho sempre trovato comprensione, pazienza e una presenza silenziosa ma fortissima alle mie spalle.
Avere accanto persone che capiscono questo impegno significa non sentirsi mai davvero soli, anche nei momenti più difficili. Significa sapere che qualcuno regge il peso delle assenze, delle preoccupazioni e dell’attesa, permettendoti di essere pienamente concentrato sul tuo ruolo. La famiglia è la prima vera protezione del volontario: è una forza che non si vede e che è indispensabile tanto quanto la preparazione tecnica o l’organizzazione operativa.
Nel 2022 le è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: cosa ha provato in quel momento?
In quel momento ho provato una profonda emozione e un grande senso di gratitudine. Più che un riconoscimento personale, l’ho vissuto come un’onorificenza rivolta a tutto il mondo del volontariato AIB, alle donne e agli uomini che ogni giorno operano spesso lontano dai riflettori, con dedizione, sacrificio e senso del dovere.
Questo riconoscimento appartiene innanzitutto alla mia famiglia, che mi è sempre stata accanto, sostenendomi nei momenti più impegnativi e condividendo sacrifici e assenze.
È anche il risultato della fiducia delle istituzioni che hanno creduto in me, e in modo particolare del Sindaco di Varallo, che mi ha proposto per questa onorificenza.
Desidero inoltre condividere questo traguardo con tutti i Quadri del Corpo AIB che mi hanno accompagnato e fatto crescere giorno dopo giorno, e con i volontari della mia squadra, che hanno operato al mio fianco con spirito di servizio, lealtà e grande senso di appartenenza. Senza di loro, questo riconoscimento non avrebbe lo stesso significato.
Ricevere un riconoscimento così alto dallo Stato è motivo di orgoglio, ma anche di responsabilità: rafforza la consapevolezza di rappresentare un Corpo fatto di persone straordinarie e di valori profondi. È stato un momento che mi ha spinto a rinnovare con ancora maggiore convinzione l’impegno verso il territorio, i volontari e il servizio alla collettività.
Quell’onorificenza riconosce anche il suo supporto in grandi emergenze nazionali, come i terremoti in Abruzzo e Umbria e l’impegno durante la pandemia: cosa le è rimasto dentro di quelle esperienze?
Quelle esperienze mi hanno lasciato impronte indelebili. Intervenire nei terremoti in Abruzzo e Umbria, così come affrontare la pandemia, significa confrontarsi con situazioni di grande sofferenza, fragilità e incertezza. Ti rendi conto di quanto il volontariato sia prima di tutto vicinanza alle persone, ascolto, supporto concreto e solidarietà.
Nei due terremoti citati, ricoprendo la carica di team leader, spesso mi sono trovato in difficoltà nel prendere certe decisioni, consapevole delle enormi difficoltà delle persone che avevo davanti. Ma la cosa più bella è che ognuno di noi è ritornato a casa con tante amicizie nuove, sincere e disinteressate.
Ancora oggi mi sento o mi scrivo con persone di Barisciano o di Norcia; persone che ho imparato a conoscere e che hanno imparato a conoscere me. Ho portato la mia famiglia a trovarle, siamo tornati a distanza di tempo con altri volontari, proprio perché certe emozioni non si dimenticano: certi occhi, soprattutto quelli dei bambini, ti rimangono impressi per sempre.
In definitiva, ciò che mi è rimasto dentro è la consapevolezza del valore umano del volontariato: non sono solo le competenze tecniche o la capacità di gestire l’emergenza, ma soprattutto il saper essere presenti, dare conforto, creare legami e lasciare un segno positivo nella vita delle persone. È questo che rende ogni sacrificio e ogni momento di fatica assolutamente prezioso e indimenticabile.
Quali sono, secondo lei, i valori fondamentali del volontariato che non devono andare persi, soprattutto oggi?
I valori fondamentali del volontariato sono quelli che non fanno rumore, ma che tengono in piedi tutto il sistema.
Il primo è il senso del servizio, il mettersi a disposizione degli altri senza aspettarsi nulla in cambio. Accanto a questo ci sono il rispetto, la responsabilità e la disciplina, perché aiutare significa anche essere preparati e affidabili.
Ma c’è un valore che forse più di tutti rende il volontariato qualcosa di unico: la fratellanza. È quel legame profondo che nasce tra persone che condividono fatica, rischio, notti insonni e obiettivi comuni. È l’amicizia vera che si costruisce sul campo, spesso anche con volontari di altre associazioni, quando le divise diventano secondarie e conta solo lavorare insieme per lo stesso fine.
Questa fratellanza la ritrovi anche nelle persone che vai a soccorrere, in chi sta vivendo un momento di difficoltà ed è meno fortunato di noi: negli sguardi, in una stretta di mano, in un grazie detto sottovoce. Sono attimi che ti ricordano perché hai scelto di fare il volontario e che danno un senso profondo a ogni sacrificio. Se questi valori restano vivi, il volontariato continuerà a essere una delle espressioni più alte di umanità e di comunità.
Guardando al futuro: come vede evolversi il mondo delle associazioni di volontariato e cosa direbbe a un giovane che sta pensando di entrare in AIB?
Il mondo del volontariato sta attraversando una fase di grande evoluzione. Oggi più che mai ha bisogno di rinnovarsi, di aprirsi ai giovani e di parlare il loro linguaggio, senza però perdere la propria identità. I giovani non devono essere considerati il futuro del volontariato, ma il suo presente: sono loro che oggi portano energia, nuove competenze, visioni diverse e una straordinaria capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Allo stesso tempo, è fondamentale non disperdere il patrimonio di esperienza, conoscenza e valori dei volontari più “adulti”, che rappresentano la memoria storica del Corpo e un esempio concreto di cosa significhi servizio, sacrificio e appartenenza. Il vero equilibrio nasce dall’incontro tra queste due generazioni, quando entusiasmo e competenza camminano insieme.
A un giovane che sta pensando di entrare in AIB direi di farlo con umiltà e curiosità, sapendo che troverà una scuola di vita prima ancora che un’associazione. Troverà fatica, responsabilità e impegno, ma anche amicizie vere, crescita personale e la consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande.
Nei giorni scorsi, esattamente il 26 gennaio 2026, il Corpo AIB ha ricevuto, su indicazioni del Capo del Dipartimento Pref. Fabio Ciciliano, un prestigioso riconoscimento: il premio nazionale “Giuseppe Zamberletti”. Un’assegnazione di altissimo valore istituzionale, che testimonia l’impegno, la professionalità e lo spirito di servizio che da sempre contraddistinguono la nostra realtà.
Questo importante traguardo non appartiene a una singola persona o a un singolo evento, ma è il risultato del lavoro quotidiano, silenzioso e concreto di tutte le Squadre, dei volontari e dei Quadri che, con dedizione e senso di responsabilità, rappresentano il Corpo AIB del Piemonte sul territorio e nelle emergenze, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Ecco, questo premio deve essere lo stimolo a tutti i ragazzi e ragazze che vogliono avvicinarsi al mondo AIB, come testimonianza di quante cose belle sono state fatte e di quante se ne possono ancora fare.