Sabato 14 febbraio, nella sala conferenze della Biblioteca, è stato ospitato un incontro informale, promosso da Ugo Luzzati e Ferruccio Baravelli, con l’obiettivo di analizzare l’accoglienza offerta negli ultimi vent’anni a quanti hanno scelto Varallo e l’alta valle per fuggire da guerre, situazioni di pericolo o povertà, oppure semplicemente per costruire qui il proprio futuro. Questi percorsi migratori hanno prodotto esiti così positivi, alla luce degli ottimi livelli di integrazione sociale raggiunti visibili da tutti e del fatto che, a differenza di molte altre realtà, non si siano registrati fenomeni di delinquenza, tanto che la Questura di Vercelli ha definito il nostro territorio “un’isola felice”. Nel corso del confronto tra i partecipanti si è concordato sull’esistenza di un vero e proprio “Modello Varallo” per un’immigrazione sostenibile, come suggerito dagli organizzatori, che merita di essere analizzato, definito e proposto anche ad altre comunità che avvertono la necessità dell’immigrazione, ma ne temono le possibili conseguenze negative. L’incontro informale era stato diffuso tramite inviti personali con la richiesta di coinvolgere altre persone interessate; l’accesso era quindi libero: hanno partecipato una decina di persone. Ugo Luzzati è un ebreo genovese che nel 1985 decise di trasferirsi in Israele: “Ero giovane, dopo gli studi e il militare, e non volevo perdermi il miracolo Israele”. Dopo aver vissuto trentotto anni in Israele, è tornato in Italia; ha cinque figli ed è già nonno. “Negli anni in cui ero in Israele ero costantemente sorpreso per l’opposizione che in Italia si faceva contro l’immigrazione, per i problemi di ordine pubblico e per le notizie sullo sfruttamento del lavoro degli immigrati: in Israele, che è un paese di immigrati, ogni ondata migratoria, a partire dalla fine dell’Ottocento, ha rafforzato il paese in tutti i campi: culturale, economico, accademico”. Negli ultimi decenni, in Israele, la sovrappopolazione rispetto al territorio, con costi della vita molto alti, ha portato molte famiglie ad emigrare altrove in cerca di una vita più tranquilla. In seguito all’acquisto di una casa in Valsesia, nel 2019 Luzzati incontrò l’insegnante Marta Sasso, che gli parlò dello spopolamento montano e della riduzione dei plessi scolastici. Fu così che nel 2022 nacque con Marta l’idea di “portare” qualche famiglia anche in Valsesia: “Nel novembre 2022, in Israele fu eletto un governo di estrema destra supportato dai religiosi radicali e con dichiarati intenti antidemocratici e molte persone iniziarono a temere il formarsi di una vera e propria dittatura. Nel corso del 2023 portammo in Valsesia diversi gruppi di israeliani per fargliela conoscere e, allo scoppio della guerra nell’ottobre 2023, in una settimana arrivarono a Varallo trentanove famiglie con molti bambini, tutti in fuga dai pesanti bombardamenti. A quel punto anch’io, che fino ad allora facevo la spola tra i due Paesi, decisi di trasferirmi stabilmente qui, creando l’Associazione ‘Progetto Baita’ per aiutare meglio coloro che volevano trasferirsi e avere un rapporto con le amministrazioni.” Oggi in Valle risiedono una sessantina di famiglie di origine israeliana, con più di settanta bambini: “Tutte persone che non vogliono e non riescono più a vivere nel loro paese natale”. Di quel progetto fu informata fin dall’inizio la Questura di Vercelli, che ha sempre offerto la massima collaborazione. L’operazione attirò l’attenzione dei media in Israele, in Italia e in Europa: furono pubblicati alcuni réportages molto dettagliati, conferma Luzzati: “Oggi non sono più presidente dell’Associazione Progetto Baita, ma continuo ad aiutare chi vuole trasferirsi qui e porto avanti alcuni progetti senza scopo di lucro, come quello della scuola di ebraico e l’iniziativa volta a favorire il trasferimento di medici israeliani in Valsesia, dove c’è una grave carenza.” A Varallo le migrazioni non hanno causato problemi di ordine pubblico, non è sorta alcuna criminalità e gli immigrati si sono integrati nel tessuto sociale, sia a livello scolastico che lavorativo, come hanno osservato in colloqui con Luzzati le rappresentanti di Caritas ed Eufemia, dai quali è emerso come anche a Varallo esistano persone contrarie all’immigrazione, ma certo non costituiscono la maggioranza. Luzzati ha osservato che gli italiani, anche a causa del preoccupante decremento demografico, oggi non possono fare a meno dell’immigrazione e che si potrebbe far conoscere la “ricetta” di questa realtà immigratoria di successo, naturalmente applicabile solo in zone con caratteristiche simili per numero di abitanti, possibilità occupazionali e naturalmente con dei limiti nella percentuale di assorbimento, così da non creare “allarmi invasione”: “L’obiettivo del lavoro che faremo insieme a chi vorrà partecipare, sarà dunque quello di definire questo Modello Varallo e scrivere un ‘manuale di istruzioni’ per proporlo anche altrove”. Il parroco di Varallo, don Roberto Collarini, non ha potuto partecipare all’incontro ma, dopo aver esaminato la traccia proposta da Luzzati, ha formulato alcune osservazioni che sono state lette ai presenti: “Il progetto richiederebbe uno studio più approfondito e strutturato; un’accoglienza realmente efficace necessita di tempo; vengono espresse alcune riserve riguardo alla reale volontà di integrazione di chi proviene dall’estero e si stabilisce a Varallo. Si osserva infatti che spesso i diversi gruppi tendono a vivere prevalentemente tra loro. Pur mantenendo relazioni con la popolazione italiana, essi finiscono per ritrovarsi all’interno delle proprie comunità, coltivando anche una vita religiosa specifica. Si precisa che l’integrazione non deve essere assimilazione, ma un processo reciproco. Chi arriva non deve rinunciare alla propria cultura, così come la comunità che accoglie deve essere disponibile ad aprirsi alle differenze. L’integrazione consiste in uno scambio che arricchisce entrambe le parti, nel rispetto reciproco. Quindi l’integrazione è necessariamente bilaterale e comporta uno sforzo che deve essere compreso e compiuto da entrambe le parti. In merito alla bassa incidenza della delinquenza, viene riconosciuto che Varallo possa rappresentare un esempio positivo per altre comunità. Tuttavia si sottolinea come ogni realtà geografica e culturale possieda una propria identità”. Don Roberto conclude sottolineando due aspetti positivi: “La ricchezza degli eventi culturali e artistici presenti a Varallo è un fattore di grande importanza nel favorire l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, così come la presenza di numerose associazioni attive nell’ambito sociale e culturale rappresenta un elemento che incide positivamente sui processi di accoglienza”. Da parte della professoressa Nicoletta Guaitoli è emerso come, dalla sua esperienza a scuola, nello sport sia più facile coinvolgere i maschi, mentre le ragazze risultano più legate ad altri modelli culturali. Nella Canzun dla Giobbiaccia 2026 una strofa è proprio dedicata agli sforzi da fare per costruire l’integrazione: “Guenta cuminciè a scola cun i bocia / spiegheghi la storia da ‘ntè chi vivu / da ciò cl’è capità ‘n stà nosta Valsesia / anca se da ‘n pais luntan lor j rivu.../ Parlè d’acugliensa e la pas cultivé / a l’è ‘n lavor dificil, ma guentaria pruvé!”. Ferruccio Baravelli ha fatto rimarcare come in Italia coesistano diverse culture e si stiano rivalorizzando le culture locali, sottolineando l’importanza che gli immigrati partecipino alla vita della comunità, rispettando le regole e le leggi. Hamid Laabidi, nato a Rabat e in Italia dal 1985, che vive a Borgosesia, ha manifestato la necessità primaria di fornire subito indicazioni chiare a chi arriva, informando in maniera adeguata, invitando gli immigrati ad apprendere la lingua anche per la propria sicurezza, solo così si potranno instaurare autentici processi di integrazione: “Bisogna anche tener presente le differenze culturali esistenti tra gli stessi immigrati: chi arriva dalle città o dalle campagne, e il conseguente diverso livello di istruzione”, osservando che, secondo la sua esperienza: “Noi in Italia, con gli italiani, viviamo da signori perché c’è una cultura diversa rispetto a quella di altri Paesi”. La lingua è un potente sistema di comunicazione culturale, per questo in Biblioteca a Varallo sono stati attivati negli anni corsi di arabo classico, tenuti dalla signora Zeinab Gadallah, ora tornata in Egitto, e per il secondo anno è stato organizzato un corso di lingua e cultura ebraica cui partecipano oltre venti italiani, mossi dai più disparati motivi: voler leggere i testi sacri in lingua originale, affari, commercio o semplice curiosità. La comunità israeliana è molto propositiva, come dimostrano gli incontri mensili in Ludoteca per i bambini, coordinati da Mali Arnodo, che hanno riscosso molto successo. Il dottor Gagliardini ha osservato che i processi di integrazione sono fenomeni molto lenti che richiedono una progressiva maturazione: tra Cristianesimo e Islam esiste un “gap” di cinquecento anni. Secondo Ferruccio Baravelli le Amministrazioni comunali varallesi nei confronti degli immigrati hanno assunto atteggiamenti rigidi ma costruttivi, gestendo il fenomeno in modo equilibrato: “È meglio che l’immigrazione sia multietnica, così diminuisce la possibilità di ghettizzazione e autoghettizzazione, che si creino condizioni di vita dignitose, che esistano servizi scolastici, sanitari e sociali adeguati cui accedere, anche con l’aiuto di mediatori culturali. L’esistenza di spazi aggregativi comuni è una scelta che darà buoni frutti”. Secondo Leon Eyebiyi-Oni Akambi, originario del Togo, che abita da molti anni a Varallo, dove lavora e ha trasferito moglie e figlie trovandosi molto bene, un elemento molto importante per l'assimilazione sociale sono spazi-gioco comuni, dove tutti i bambini possono incontrarsi e giocare insieme. Secondo Sandro Antonini la cultura valsesiana dell’accettazione e della benevolenza nei confronti degli stranieri proviene da una matrice cristiana molto forte nella zona. Al termine dell’incontro è intervenuto il vicesindaco Eraldo Botta, facendo alcune riflessioni stimolate dalla presenza in sala di costumi valsesiani: “Le nostre donne realizzavano questi capolavori di artigianato e nel contempo gestivano bambini, anziani, campi e animali, perché spesso gli uomini lavoravano all’estero. A Varallo esistono strutture come l’ostello che sono state messe a disposizione durante il Covid e che hanno permesso di ospitare le donne ucraine fuggite con i loro figli dalla guerra, ma sono presenti anche associazioni e persone che accolgono”, puntualizzando che la maggioranza degli israeliani a Varallo e in Valsesia ha il doppio passaporto, israeliano e di un Paese europeo. “La Valsesia è così bella perché è frutto di emigrazioni e immigrazioni, e il Sacro Monte non a caso è la ‘Nuova Gerusalemme’. Qui da secoli esiste la cultura dell’accoglienza, iniziata con i pellegrini. Ho avuto modo di viaggiare e conoscere da vicino realtà molto diverse, dal Bangladesh a Gerusalemme, all’Ucraina: la ricetta del Modello Varallo è un insieme di fattori, non dipende da un unico elemento; per questo è importante condividere le informazioni”. Al termine dell’incontro si è deciso di creare un gruppo WhatsApp per mantenere aperto un canale di comunicazione diretto tra gli interessati alla definizione di questo progetto, che verrà chiamato “Modello Varallo per un’immigrazione sostenibile”.
Varallo-Civiasco - 17 febbraio 2026, 10:00
Varallo e l’accoglienza: dall’incontro in Biblioteca nasce l’idea di un “Modello” per un’immigrazione sostenibile
Varallo e l’accoglienza: dall’incontro in Biblioteca nasce l’idea di un “Modello” per un’immigrazione sostenibile