«Ho detto basta con le slot machine per la mia famiglia, anche grazie al supporto psicologico che ho trovato all’ASL». Quella di Andrea (nome di fantasia), poco più che trentenne, è una storia a lieto fine di uscita dalla ludopatia.
La sua storia parte dalla passione per il poker nelle sale con i tavoli verdi, che però si è progressivamente trasformata in qualcosa di diverso: «Ci andavo una volta al mese, anche se avrei voluto andarci più spesso – racconta – Così ho iniziato a giocare con le slot machine. All’inizio era solo un’evasione dopo il lavoro, ma poi la situazione è peggiorata… fino a quando sono stato ‘scoperto’ da mia moglie, perché mancavano dei soldi sul conto corrente e giravo con centinaia di euro in monetine nelle tasche del giubbotto».
Per Andrea quello è stato un momento cruciale: «Mi sono proprio sentito a un bivio e ho realizzato quante bugie avessi raccontato alla mia famiglia, quanto dispiacere stessi causando e tutto questo mi ha fatto stare male – ammette – Poi mia moglie mi ha parlato dell’ambulatorio dell’ASL per la cura delle ludopatie e ci siamo andati insieme».
Il trentenne ha quindi iniziato un percorso durato alcuni mesi al Centro per il disturbo del gioco d’azzardo dell’ASL Vercelli: «Ho fatto dei colloqui sia con mia moglie sia individuali, una volta a settimana – ricorda ancora Andrea - Poter parlare con uno psicologo mi ha aiutato moltissimo, è stato fondamentale potermi aprire con qualcuno che non mi conosceva, che non fosse un familiare o un amico. Grazie a lui ho scoperto che la ludopatia era in realtà una sorta di ‘facciata’ che nascondeva altri problemi, soprattutto rispetto ai rapporti interpersonali. Col passare delle sedute ho proprio visto crescere la mia consapevolezza su scelte sbagliate che avevo fatto, facendo emergere ‘la vita di sprechi’ che avevo condotto. E devo dire che me ne sono anche vergognato».
Cosa direbbe a chi ha un problema di gioco patologico? «Il gioco è divertente, ma quando diventa qualcosa di incontrollabile si chiama ludopatia, chi ne è affetto lo sa dentro di sé. Il supporto della mia famiglia mi ha fatto capire in che situazione mi ero cacciato, ma ci sono persone sole che non devono rendere conto a nessuno e anche loro è giusto che sappiano che è possibile farsi aiutare da persone qualificate».
Il Centro per il disturbo del gioco d’azzardo è gestito dal Ser.D, diretto da Vincenzo Amenta, ed è presente sia a Vercelli sia a Borgosesia. Attualmente ha in carico un totale di circa 150 pazienti, che fanno riferimento a entrambe le sedi. L’accesso è diretto, per cui non è necessaria l’impegnativa del medico.
«La maggior parte delle persone che accede ai nostri Centri – spiega il dottor Amenta –presenta dipendenza da giochi come slot machine, gratta e vinci, scommesse sportive, bingo, etc, cioè giochi reali con vincite di denaro. Negli ultimi anni è in aumento la richiesta di aiuto per dipendenza da piattaforme di gioco online, comprese scommesse virtuali, poker online e videogiochi con dinamiche di azzardo. Alcuni utenti che si rivolgono al Servizio presentano anche il disturbo da gioco su internet, che riguarda l’uso compulsivo di videogiochi online, spesso con conseguenze simili a quelle del gioco d’azzardo».
«Storie come quella di Andrea dimostrano quanto sia importante offrire servizi capaci di intercettare il disagio prima che diventi una spirale incontrollabile – sottolinea il Direttore Generale dell’ASL Vercelli, Marco Ricci – Contro la ludopatia la nostra ASL offre un supporto che inizia con l’accoglienza e la diagnosi, per poi proporre un progetto terapeutico individuale, definito da un’equipe multidisciplinare (psicologi, medici, educatori, assistenti sociali). Il percorso di cura coinvolge non solo il paziente, ma anche le famiglie. Il disturbo da gioco d’azzardo è una patologia che può essere affrontata e superata: chiedere aiuto è il primo passo verso il cambiamento».
«Il gioco patologico rappresenta una sfida sanitaria e sociale – afferma l’Assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi – e le esperienze positive dei nostri servizi, come quella raccontata da Andrea, confermano l’importanza di una presa in carico multidisciplinare e di una sensibilizzazione diffusa della cittadinanza. Nessuno deve sentirsi solo di fronte a una dipendenza: per questo un plauso va a tutti gli operatori del Ser.D dell’Asl Vercelli che hanno dimostrato non solo in questo specifico caso, ma quotidianamente, la propria professionalità».