COSTUME E SOCIETÀ - 08 aprile 2026, 08:30

Aprile 2026, una parola sarda al mese: “R” come “REGHE”

Radici e semantica delle parole sarde rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche). Laboratorio linguistico di storia e di cultura sarda a Biella

Nell’immagine: l’incipit, “R”, in Giampaolo Mele (a cura di), Die ac Nocte. I Codici Liturgici di Oristano dal Giudicato di Arborea all’età spagnola (secoli XI-XVII), Cagliari: AMD Edizioni, 2009

REGHE in logudorese significa ‘re’. Nel logudorese antico questo titolo era dato al figlio primogenito del giudice, erede della corona (vedi Codice di San Pietro di Sorres 315; Codice di Santa Maria di Bonàrcado 88).

La forma reghe viene considerata un accatto dal lat. rēgem (rēx, rēgis ‘re’), ma sbagliano tutti. La forma latina nonché la forma sarda reghe sono coetanee ed affondano nell’antichità sumerica. Da quella lingua possiamo attingere re ‘città’ + gi ‘judgement, giudizio’. Quindi il sintagma re-gi va inteso come ‘giudice della città’. Confronta l’accadico rē’um ‘pastore di pecore e altri armenti’, ‘re-pastore’.

Inutile dire che nell’alta antichità qualsiasi persona assumesse il sommo potere di re diveniva automaticamente giudice della propria gente. Quindi non è affatto raro veder nominati questi personaggi come “giudici” (esempio in Israele). Ma la sostanza del loro potere non cambiò mai. I “giudici sardi” non erano altro che veri e propri re, e non fu un caso che mossero spesso guerra vicendevole per ampliare le terre del dominio.

Va da sé che le forme sarde arréghere, réghere, arregáre ‘fermare, ritenere, trattenere’, nonché il lat. regō ‘dirigo, comando’ hanno uguale base sumerica.

Salvatore Dedola, glottologo-semitista