Si è chiusa domenica 19 aprile a Varallo, nelle sale di Palazzo D’Adda, la mostra “Storie naturali” di Elisabetta Pellarin, percorso espositivo che ha accompagnato il pubblico attraverso una cinquantina di opere legate alla memoria, alla natura, agli affetti e al dialogo tra arte e scienza.
A segnare la conclusione dell’esposizione è stato anche un gesto dal forte valore simbolico: l’artista ha scelto infatti di donare alla Città di Varallo una grande “Crocifissione”, destinata a trovare collocazione in Municipio. Un dono pensato come segno di riconoscenza per l’accoglienza ricevuta e, allo stesso tempo, come augurio rivolto alla città e ai suoi abitanti in un tempo definito difficile e pieno di incognite.
Una mostra molto visitata a Palazzo D’Adda
Nel testo che accompagna la chiusura della mostra si sottolinea la soddisfazione di Elisabetta Pellarin per la partecipazione del pubblico. Molti visitatori, si legge, sono tornati più volte per rivedere le opere e confrontarsi direttamente con l’artista. Per Pellarin è stato importante anche l’incontro con diversi docenti del Liceo Artistico di Varallo, a conferma di un dialogo che la mostra ha saputo aprire anche con il mondo della formazione e della sensibilità artistica locale.
Friulana di nascita, Pellarin ha portato a Varallo anche opere profondamente legate alla propria terra d’origine, come “Marilenghe”, quadro che raffigura un abitante roccioso dei suoi territori e che richiama forza e determinazione interiorizzate nel tempo dall’artista.
Tra memoria personale, poesia e ricerca
Il percorso di “Storie naturali” si è sviluppato attraverso lavori molto diversi tra loro, capaci però di restare coerenti dentro una stessa visione. Dal primo olio dipinto a dodici anni, che ritraeva la vista dalla casa di Azzano, fino ai bozzetti per eventi e spettacoli, la mostra ha tenuto insieme biografia, ricerca visiva e immaginazione.
Tra le opere ricordate nel documento compaiono lavori legati a Pier Paolo Pasolini, figura ben conosciuta dalla famiglia dell’artista, ma anche opere costruite con materiali riciclati, come “Bambino e il suo cielo - stellar nursery”, nate da suggestioni legate al rapporto tra immensità e infinitamente piccolo.
Nel racconto della mostra emerge poi con forza anche la doppia anima di Pellarin, artista e studiosa: da bambina disegnava angioletti sotto le sedie del tinello di casa, ma in seguito si iscrisse a Matematica, seguì anche un anno a Fisica e si laureò con lode con una tesi sulla formazione dei sistemi planetari. Un intreccio tra rigore scientifico e sensibilità artistica che riaffiora in molte delle opere esposte.
Il Carso, gli affetti e il tema del confine
Una parte importante della mostra era dedicata al Carso, restituito nella sua durezza rocciosa e nella sua ricchezza cromatica, tra rossi, fucsia, viola e cieli cobalto. Accanto al paesaggio trovavano spazio anche gli affetti più intimi: il padre ingegnere, la madre raffigurata come una grande vite, le figlie bambine, fino a un autoritratto intitolato “Icona del tempo”.
Tra le opere citate nel documento figura anche “Borders mutevoli e superabili”, lavoro dal significato civile dedicato al tema del confine, inteso come linea non fissa ma attraversabile, mutevole tra ombra e luce. Un tema che sembra dialogare bene con l’impianto complessivo della mostra, costruita proprio sull’idea di uno sguardo che mette in relazione mondi diversi.
Un dono alla città come segno di protezione
La scelta di lasciare a Varallo una grande “Crocifissione” dà alla chiusura della mostra un significato ulteriore. Non solo il bilancio positivo di un’esposizione riuscita, ma anche il desiderio di lasciare un segno permanente del rapporto creato con la città. Nel testo, Pellarin affida a quest’opera un augurio preciso: quello di un Cristo che protegga Varallo e i suoi abitanti.
Per Varallo, la conclusione di “Storie naturali” non coincide quindi solo con la fine di una mostra, ma con l’ingresso nel patrimonio cittadino di un’opera che nasce da un gesto di gratitudine e da un legame costruito attraverso l’arte.