EVENTI - 29 aprile 2026, 10:59

Vercelli, al Museo del Duomo presentato il volume di Matteo Moro sulla povertà nel tardo Medioevo

Vercelli, al Museo del Duomo presentato il volume di Matteo Moro sulla povertà nel tardo Medioevo

La Società Storica Vercellese e la Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e Archivio Capitolare hanno promosso l’incontro dedicato a “Per non havere cosa alcuna al mundo”, studio sulla disciplina della carità tra Stato sabaudo e Ducato sforzesco.

La presentazione al Museo del Tesoro del Duomo

Giovedì 23 aprile, al Museo del Tesoro del Duomo di Vercelli, è stato presentato il volume di Matteo Moro: “Per non havere cosa alcuna al mundo. Povertà e disciplina della carità fra stato sabaudo e ducato sforzesco”, edito da Viella.

L’incontro è stato organizzato dalla Società Storica Vercellese e dalla Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e Archivio Capitolare, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne.

A introdurre la serata è stata Silvia Faccin, presidente della Società Storica Vercellese, che ha presentato l’autore, socio della stessa Società e membro del Comitato di redazione del Bollettino. Faccin ha sottolineato come il volume permetta di scoprire aspetti significativi della vita nella Vercelli tardo medievale, attraverso pagine di microstoria ricche di dettagli.

Il dialogo con Enrico Basso e Federico Goria

A dialogare con Matteo Moro sono stati Enrico Basso, docente di Storia Medievale all’Università di Torino, e Federico A. Goria, docente di Storia del Diritto all’Università del Piemonte Orientale e membro del Comitato scientifico della Società Storica Vercellese.

Goria ha approfondito la prima parte del volume, dedicata agli interventi istituzionali in favore dei poveri e dei luoghi pii caritativo-assistenziali. Basso si è invece soffermato sulla seconda parte, più legata all’identikit del povero e agli episodi emersi dallo spoglio del Carteggio Sforzesco.

Moro ha ringraziato i relatori, ricordando il ruolo avuto nella sua formazione insieme a Flavia Negro, e ha richiamato il legame con la Società Storica Vercellese, sul cui Bollettino erano stati pubblicati i suoi primi lavori.

Povertà, istituzioni e controllo sociale

Nel corso dell’incontro è emerso come il volume si basi anche sull’utilizzo di materiali d’archivio inediti. Goria ha evidenziato il valore di un lavoro che richiede tempo, attenzione e il confronto tra fonti normative e loro applicazione concreta.

La disciplina comunale, è stato spiegato, non aveva come unico fine l’assistenza caritativa. Rispondeva anche a esigenze di ordine pubblico, a ragioni sanitarie e a motivazioni di carattere economico. I poveri, anche nel tardo Medioevo, non erano considerati tutti allo stesso modo e i trattamenti riservati alle diverse categorie potevano variare.

Tra gli esempi citati figurano le esenzioni fiscali, come l’immunità prevista per chi avesse dodici figli, già presente negli Statuti di Vercelli del 1341, e l’obbligo per medici e giuristi di prestare assistenza gratuita ai poveri.

L’identikit del povero nel tardo Medioevo

Enrico Basso ha descritto la seconda parte del libro come un vero caleidoscopio capace di restituire una società complessa. Tra le fonti utilizzate compaiono anche i Registri maleficiorum, atti giudiziari del Basso Medioevo che documentano la giustizia penale nei comuni italiani.

Dal Carteggio Sforzesco emergono persone che si rivolgevano al Duca chiedendo grazia o aiuto. La povertà, nel Medioevo, poteva essere vissuta come un’umiliazione e assumeva forme diverse: dai “poveri vergognosi”, appartenenti a famiglie nobili, cittadine o mercantili decadute, agli artigiani impoveriti da crisi congiunturali, fino alla povertà femminile, meno documentata ma particolarmente drammatica.

Nel volume trovano spazio anche temi come i figli illegittimi, gli infanticidi e gli orfani. A Vercelli, per i bambini abbandonati, esisteva l’Ospedale della Rantiva, ospizio dei trovatelli eretto nel XII secolo, che poteva accogliere fino a sedici fanciulli. Quando il numero era superiore, l’amministrazione comunale interveniva pagando delle balie.

Vercelli tra Stato sabaudo, Milano e Monferrato

Moro ha spiegato che il suo studio riguarda un ampio quadrante territoriale, comprendente il Canavese e l’area del Piemonte Orientale, dominato nel XV secolo da tre potenze: il Ducato di Savoia, il Ducato di Milano e, in posizione subordinata, il Marchesato di Monferrato.

Vercelli entrò nello Stato sabaudo nel 1427, ma il ceto dirigente cittadino mantenne una propria autonomia e capacità decisionale. Il Duca, è stato osservato, non sempre teneva in grande considerazione le richieste di aiuto che gli venivano rivolte; spesso erano le comunità locali a intervenire a favore dei poveri e delle persone in difficoltà.

Hospitales, carcerati e forestieri

Uno dei temi affrontati riguarda anche il rapporto tra povertà e giustizia. Anche il povero era tenuto a risarcire le spese di detenzione, ma chi non possedeva nulla non poteva pagare e, se arrestato, doveva comunque essere mantenuto. A Vercelli la Carità di San Lorenzo si occupava dei carcerati.

Moro ha parlato anche degli Hospitales medievali, nei quali prevaleva la funzione assistenziale rispetto a quella terapeutica. L’autorità cittadina cercò di accentrare questi luoghi, mentre la categoria dei miserabiles comprendeva persone molto diverse tra loro, inclusi i forestieri.

Nel Quattrocento Vercelli concedeva pochi atti di cittadinatico, a differenza di Ivrea, dove l’arrivo di manodopera era favorito dalle esigenze dell’industria laniera e metallurgica. Tra i poveri presenti a Vercelli figuravano anche esuli provenienti da Costantinopoli e dalla Grecia, ai quali il Comune concedeva elemosine.

Il valore dei silenzi delle fonti

L’autore ha infine richiamato la necessità di trattare con cautela i carteggi. Non sempre chi si appellava alla grazia ducale raccontava i fatti in modo completo o pienamente veritiero: talvolta le situazioni venivano ingigantite, rese parziali o presentate in modo reticente.

Moro ha concluso osservando che, nello studio storico, è importante interrogare anche ciò che la documentazione non dice. Il silenzio del Duca, ha spiegato, può essere a sua volta significativo.

Redazione J.B.