(Adnkronos) - "Sulla crisi che attanaglia le due culture politiche dominanti nel dopoguerra europeo, quella cristiano democratica e quella socialdemocratica (e le culture affini e vicine) ci arrovelliamo da anni e anni senza riuscire a trovare uno straccio di risposta che ci aiuti a capire fino in fondo quello che è successo. Come a dirci che in quelle crisi c’è qualcosa di inesorabile, un passaggio d’epoca che non offre scampo e lascia spazio solo a un accorato lamento su di un destino che pare già deciso. Lamento accorato, appunto, ma forse anche inutile per come lo andiamo esprimendo. E’ evidente che in questa caduta vi è qualcosa che è più forte di noi. E che va perfino al di là dei nostri difetti. Infatti, non appena crolla l’antagonista storico, il comunismo di marca sovietica, l’onda d’urto finisce per abbattersi anche su quanti sarebbero titolati a beneficiarne.
Così, caduto il muro di Berlino e archiviato il socialismo reale (come si chiamava all’epoca), l’establishment liberal-democratico si è trovato investito e quasi travolto dalle macerie del nemico di un tempo. Circostanza piuttosto paradossale. Destino ingiusto, si dirà. Ma fino a un certo punto. Infatti il grande errore delle classi dirigenti che si trovano ad ereditare il tracollo del loro avversario storico sta tutto nel loro sentirsi sollevate da ogni dovere di introspezione, quasi esaltate dalla condizione di egemonia politica nella quale pensano di trovarsi. A quel punto il libero mercato va per suo conto, perde ogni remora e si organizza in modi troppo socialmente egoisti per essere anche politicamente utili. Così crescono le disuguaglianze e le disinvolture di un sistema che diventa iniquo quando si illude di non dover più dimostrare a nessuno il proprio senso di giustizia.
All’indomani del 1989 si scopre insomma che il comunismo, tenendoci tutti sulla corda, ci aveva spinto piuttosto a una maggiore accortezza e sensibilità. E non appena è calato quel sipario ci si è infine accorti che l’insegnamento di Marx aveva fatto male ai paesi che l’avevano fatto proprio (e ai loro sudditi, soprattutto) ma paradossalmente aveva fatto un gran bene agli avversari che ne avevano temuto fin lì il potere di suggestione. Poggiata su basi così fragili, e così equivoche, a quel punto l’euforia del “dopo Muro” svanisce assai presto e ci lascia alla prese di lì a poco con una crisi che sembra il suo opposto. E cioè con un sentimento di insicurezza che ci rende impauriti, afoni e titubanti di fronte al nuovo avversario che si appalesa. E’ il populismo di nuovo conio che abbiamo imparato a conoscere e a frequentare nell’ultimo ventennio e che diventa così ben presto il nuovo incubo delle liberaldemocrazie tradizionali. E qui, però, come in uno specchio i nostri difetti si capovolgono. Se prima, non appena era svanito il mito comunista, ci eravamo lasciati andare a una certa sicumera, a una fiducia eccessiva nelle nostre qualità e nei nostri destini, ora che la predicazione populista sembra cingerci d’assedio da tutta un’altra parte svanisce ogni traccia di fiducia nelle nostre buone ragioni e proprio quella predicazione si avvia a diventare la nuova mitologia a cui si aggrappa una classe dirigente non abituata a trovarsi sulle spine.
Da un eccesso all’altro, insomma. Letteralmente. Naturalmente tutti questi ragionamenti sono un po’ approssimativi, tagliati con l’accetta, perfino grossolani. Ma danno il senso dello smarrimento che percorre le attuali leadership europee. Come se si fossero date troppe cose per scontate. Dapprima l’inesorabilità della propria affermazione dopo la fine dell’impero sovietico. Poi l’altrettanta inesorabilità della propria resa alla predicazione populista. Ma soprattutto -quel che più conta- il fatto che dell’inesorabilità di questi due opposti destini non si è mai davvero discusso fino in fondo. Quasi che la nostra sorte dovesse rimanere sempre appesa a circostanze più forti di noi. Sia quando erano più benevole, sia quando poi sono diventate tanto avverse. Forse è proprio lì, nel bel mezzo di queste due riflessioni mai condotte fino in fondo che andrebbe rintracciato il bandolo della nostra matassa ingarbugliata". (di Marco Follini)