Siamo qui con Riccardo Ravera, conosciuto come l’Arciere del CRIM, il nucleo scelto del ROS che ha segnato la storia d’Italia. Maresciallo, è stato un uomo d'ombra, uno dei volti invisibili che per anni hanno pedinato i vertici di Cosa Nostra fino a quel memorabile 15 gennaio 1993, quando ha contribuito a mettere le manette a Totò Riina. Oggi, con la sua esperienza, ci aiuta a capire cosa significhi davvero servire lo Stato in prima linea. Inoltre, sarà presente questa settimana a Biella.
Ripensando a quel mattino in via Bernini, cosa ha provato nell'istante esatto in cui ha capito che l'uomo che stavate fermando era davvero il latitante più ricercato d'Italia?
Guardi, in quel momento non c’è stato spazio per l’emozione, almeno non nell’immediato. C’era concentrazione assoluta. Quando operi da tempo sulla ricerca del latitante più importante d’Italia, ogni gesto deve essere preciso, ogni secondo conta. Quando è stato bloccato, la prima cosa che ho provato non è stata euforia, ma lucidità. Solo dopo, quando la tensione operativa si è sciolta, ho realizzato davvero la portata storica di quel momento. Parliamo del capo di Cosa Nostra, latitante da oltre trent’anni. L’uomo che aveva dichiarato guerra allo Stato. In quell’istante ho sentito il peso di tutto il lavoro silenzioso fatto negli anni: pedinamenti, sacrifici personali, notti senza sonno. Non è stata una vittoria personale. È stata una risposta dello Stato. Io ero solo un servitore dello Stato che stava facendo il proprio dovere, insieme a uomini straordinari. L’emozione vera è arrivata più tardi, pensando alle vittime di mafia, ai colleghi caduti. In quel momento ho capito che non avevamo solo arrestato un latitante: avevamo dimostrato che lo Stato, anche quando sembra colpito, non arretra.
Durante i lunghi mesi di appostamenti e indagini estenuanti, c’è stato un momento in cui ha temuto che tutto quel lavoro sarebbe stato vano o che il vostro obiettivo potesse sfuggirvi?
Il dubbio fa parte di ogni indagine complessa. Chi dice di non averlo mai provato probabilmente non ha mai lavorato davvero su un obiettivo di quel livello. Quando insegui per mesi — anzi, per anni — un latitante come Riina, sai che stai giocando una partita contro un’organizzazione strutturata, radicata, abituata a muoversi nell’ombra tanto quanto noi. Ogni piccolo errore può compromettere tutto. Ogni fuga di notizie può far svanire mesi di lavoro. Ci sono stati momenti di frustrazione, certo. Appostamenti che sembravano non portare a nulla, piste che si rivelavano vicoli ciechi. Ma il dubbio non deve mai trasformarsi in sfiducia. È uno strumento: ti obbliga a verificare, a non dare nulla per scontato, a essere più rigoroso. La vera forza non è non avere dubbi, ma continuare nonostante i dubbi. La costanza è tutto. Lavoro metodico, pazienza, disciplina. Sapevamo che stavamo stringendo il cerchio. Non era una sensazione, era il risultato di analisi, riscontri, osservazioni quotidiane. E quando lavori con uomini che credono nella stessa missione, il timore che tutto sia vano lascia spazio alla determinazione. Il nostro compito non era chiederci se ce l’avremmo fatta. Era fare, ogni giorno, il passo necessario perché ce la facessimo.
Oggi che racconta la sua storia nelle scuole e nei comuni, qual è il valore più profondo che spera di trasmettere ai giovani che non hanno vissuto gli anni delle stragi?
Ai ragazzi cerco di dire una cosa semplice: la legalità non è una parola astratta, è una scelta quotidiana. Molti di loro non hanno vissuto gli anni delle stragi, non hanno negli occhi le immagini di Falcone, Borsellino, delle scorte, delle bombe. Per loro è storia. Ma per noi è memoria viva. E la memoria, se non diventa responsabilità, rischia di scolorire. Il valore più profondo che voglio trasmettere è questo: lo Stato non è qualcosa di lontano. Lo Stato siamo noi. È fatto di persone che fanno il proprio dovere, ognuno nel proprio ruolo — un carabiniere, un insegnante, un imprenditore, uno studente. Io non racconto un’impresa eroica. Racconto un lavoro fatto con disciplina, sacrificio e spirito di squadra. Voglio che capiscano che il coraggio non è assenza di paura, ma scelta di stare dalla parte giusta anche quando costa. Se un ragazzo, uscendo da un incontro, capisce che l’illegalità non è “furbizia” ma un danno per tutti, e che l’impegno personale conta davvero, allora il mio racconto ha senso. Perché l’arresto di un boss è un momento storico. Ma la vera vittoria si costruisce ogni giorno, nelle scelte silenziose di ciascuno di noi.




