ATTUALITÀ - 20 giugno 2026, 06:50

Il microscopio più grande del mondo: viaggio nel Future Circular Collider del CERN

L’acceleratore da 91 chilometri che il CERN vuole costruire per leggere le origini dell’universo. Il 2026 è l’anno della svolta.

Il microscopio più grande del mondo: viaggio nel Future Circular Collider del CERN

Il microscopio più grande del mondo: viaggio nel Future Circular Collider del CERN

C’è un paradosso che racchiude tutto il fascino della fisica moderna: per studiare le cose più piccole che esistano, le particelle elementari di cui è fatta ogni cosa, servono le macchine più grandi che l’essere umano abbia mai costruito. Il CERN di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica delle particelle del pianeta, si prepara a scrivere il capitolo più ambizioso di questa storia. Si chiama Future Circular Collider, FCC, e sarà l’erede dell’LHC, l’acceleratore che nel 2012 permise di scoprire il bosone di Higgs. Il 2026 è l’anno in cui questo progetto, sognato per oltre un decennio, comincia davvero a prendere forma.

Chi vi scrive ha avuto la fortuna di visitare il CERN più di una volta, e l’impressione che lascia è sempre la stessa: è uno di quei rarissimi luoghi in cui si tocca con mano cosa significhi spingere la tecnologia oltre il confine di ciò che ritenevamo possibile. Camminare lungo i tunnel, vedere i rivelatori grandi come palazzi, rende concreto un concetto altrimenti astratto e l’FCC porterà quell’ambizione a una scala che oggi facciamo perfino fatica a immaginare.

Da dove veniamo: la lezione dell’LHC

Per capire dove vuole andare il CERN bisogna ricordare da dove arriva. L’attuale Large Hadron Collider è un anello di 27 chilometri in cui due fasci di protoni vengono accelerati fino a sfiorare la velocità della luce e poi fatti scontrare. Da quegli urti, per una frazione infinitesima di secondo, si materializzano particelle che non esistono più in natura dai primi istanti dell’universo. Fu così che, nel luglio del 2012, gli scienziati annunciarono la scoperta del bosone di Higgs, la particella che spiega perché la materia possieda una massa: un tassello mancante che valse, l’anno successivo, il Nobel a chi ne aveva teorizzato l’esistenza mezzo secolo prima.

Quella scoperta ha confermato il cosiddetto Modello Standard, la “mappa” che descrive le particelle e le forze fondamentali. Ma una mappa, per quanto precisa, può avere zone bianche. E le zone bianche del Modello Standard sono enormi: non spiega cosa sia la materia oscura, la sostanza invisibile che costituisce gran parte dell’universo; non dice perché esista più materia che antimateria, condizione senza la quale noi stessi non esisteremmo; non ingloba la forza di gravità. L’LHC ci ha portati fino al bordo di queste domande. Per superarlo serve una macchina nuova.

Un anello di 91 chilometri, 200 metri sottoterra

I numeri dell’FCC hanno il sapore della fantascienza. Sarà un anello sotterraneo lungo circa 91 chilometri, scavato a una profondità media di 200 metri sotto i territori francesi dell’Alta Savoia e dell’Ain e sotto il cantone svizzero di Ginevra. Più di tre volte l’attuale LHC. Per darne un’idea fisica: è come tracciare un cerchio che abbraccia un’intera area metropolitana, e poi nasconderlo decine di piani sottoterra, con una precisione costruttiva che si misura in millimetri su decine di chilometri.

Il progetto è pensato in due tempi. La prima fase, chiamata FCC-ee, farà collidere elettroni e positroni, materia e antimateria nella loro forma più leggera. Sono urti “puliti”, che permettono misure di precisione altissima: una vera e propria “fabbrica di bosoni di Higgs” per studiare a fondo le forze fondamentali. La seconda fase, più lontana nel tempo, prevede di sfruttare lo stesso tunnel per far scontrare protoni a energie da record, molto superiori a quelle dell’LHC, andando a caccia diretta di nuove particelle e di nuova fisica. Prima la lente d’ingrandimento di precisione, poi il martello più potente mai costruito.

FCC IN CIFRE

• 91 km di circonferenza, a circa 200 metri di profondità (l’attuale LHC è lungo 27 km)

• Costo di riferimento della prima fase: circa 15 miliardi di franchi svizzeri (CHF)

• Studio di fattibilità firmato da circa 1.500 esperti, pubblicato il 31 marzo 2025

• Decisione del Council come progetto di punta: 22 maggio 2026, a Budapest

• Italia in prima fila attraverso l’INFN, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

A cosa serve cercare l’invisibile

È la domanda più onesta, soprattutto davanti a un pubblico abituato a misurare il valore in termini concreti: perché spendere miliardi per studiare particelle che nessuno vedrà mai a occhio nudo? La risposta ha due livelli. Il primo è culturale: capire di cosa è fatto l’universo e da dove veniamo è una delle spinte più antiche e nobili dell’umanità, la stessa che ci ha portati dalle caravelle alla Luna. Il secondo livello è più terreno, e spesso viene dimenticato: la grande scienza è una fucina di tecnologie che ricadono sulla vita di tutti. E lo sviluppo impresso al  Quantum Computing che entrerà nelle nostre vite a breve, ne è la dimostrazione.

Gli esempi non mancano. Dal CERN, per esigenze interne di condivisione dei dati tra ricercatori, è nato alla fine degli anni Ottanta il World Wide Web: il web su cui leggete questo articolo. Le tecnologie degli acceleratori e dei rivelatori hanno dato vita alla diagnostica per immagini e all’adroterapia, la cura dei tumori con fasci di particelle, che in Italia ha un centro d’eccellenza a Pavia. I magneti superconduttori, la criogenia, i sistemi di vuoto spinto, le reti di calcolo distribuito sviluppate per gestire i dati degli esperimenti: tutto questo, anni dopo, diventa industria, medicina, energia. Costruire l’FCC significherà inventare materiali e soluzioni che oggi non esistono, e che domani troveremo applicati altrove.

Vale la pena? Il dibattito è aperto

Sarebbe disonesto raccontare solo l’entusiasmo. Attorno all’FCC esiste un dibattito serio, anche all’interno della comunità scientifica. I critici sollevano obiezioni legittime: il costo è enorme, i tempi lunghissimi, i primi risultati arriverebbero tra decenni e, soprattutto, non c’è alcuna garanzia che la macchina scopra le nuove particelle che speriamo di trovare. Potrebbe “solo” confermare con altissima precisione ciò che già sappiamo. C’è poi chi propone strade alternative, come gli acceleratori lineari, tecnologicamente diversi e meno costosi, o chi osserva che la stessa cifra potrebbe finanziare migliaia di esperimenti più piccoli.

Chi difende il progetto risponde che la ricerca di frontiera è, per definizione, un salto nel buio: anche “solo” misurare con precisione mai vista le proprietà dell’Higgs potrebbe rivelare crepe nel Modello Standard e indicare la direzione verso la fisica del futuro. E che rinunciare significherebbe, per l’Europa, cedere ad altri (la Cina sta studiando un proprio grande collisore senza discutere se si deve fare o meno) la leadership in un campo che traina innovazione e formazione di talenti. È un dibattito che merita di essere conosciuto: non perché ci sia una risposta facile, ma perché riguarda come una società decide di investire nel proprio futuro.

Il calendario: 2026 anno chiave, decisione nel 2028

Veniamo all’attualità, perché è questo che rende il tema così vivo proprio ora. Il 22 e 23 maggio 2026, riunito a Budapest, il Council del CERN, l’organo che rappresenta gli Stati membri, ha aggiornato la strategia europea per la fisica delle particelle, indicando l’FCC-ee come prossimo grande progetto di riferimento del laboratorio e confermando nel frattempo il completamento del potenziamento dell’attuale LHC. Non è ancora il via libera ai cantieri: è la rotta scientifica, la direzione condivisa.

In parallelo, dal 2 giugno al 1° ottobre 2026 sono aperte le consultazioni pubbliche in Francia e in Svizzera: incontri, dibattiti e tavoli con i cittadini dei territori interessati, per discutere in trasparenza un’opera di questa portata, dal consumo di suolo all’impatto ambientale. La decisione definitiva, si costruisce o no, è attesa intorno al 2028. In caso di via libera, gli scavi partirebbero nei primi anni Trenta e la macchina entrerebbe in funzione verso la metà degli anni Quaranta, quando l’LHC concluderà la propria corsa, garantendo continuità alla ricerca europea.

Il microscopio più grande è anche un gigantesco computer

C’è un aspetto che, nel mio mestiere, trovo particolarmente affascinante. Un esperimento come questo non è solo ferro, magneti e fasci di particelle: è una delle più grandi imprese di dati e calcolo mai tentate. Già oggi gli esperimenti dell’LHC producono quantità di dati dell’ordine dei petabyte, distribuite e analizzate da una rete mondiale di centri di calcolo che collaborano come un unico, immenso cervello. L’FCC moltiplicherà questa sfida: raccogliere, selezionare in tempo reale, distribuire e proteggere torrenti di informazioni a una scala che ridefinirà i confini dell’informatica scientifica.

È il promemoria più efficace del perché questi progetti ci riguardano tutti, anche chi di fisica non si occuperà mai. Il microscopio più grande del mondo, costruito per guardare le cose più piccole, è al tempo stesso una palestra di tecnologie, calcolo, materiali, energia, gestione del dato che plasmeranno l’industria dei prossimi decenni. Quando, tra qualche anno, qualcuno deciderà se accendere quel cerchio di luce sotto le Alpi, non si starà decidendo soltanto del destino di alcune particelle: si starà scommettendo su quale ruolo l’Europa vorrà avere nella conoscenza che verrà.

Per maggiori informazioni:

Sito web: www.seccomarco.com

LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/marco-secco-pqc/

Marco Secco, consulente informatico e di cybersecurity

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