Ultim'ora - 22 luglio 2026, 12:54

"Più debito? Per ora non serve", Cottarelli invita a cautela su flessibilità concessa da Bruxelles

"Più debito? Per ora non serve", Cottarelli invita a cautela su flessibilità concessa da Bruxelles

(Adnkronos) - L'Italia non ha bisogno, almeno per ora, di sfruttare la maggiore flessibilità concessa dall'Unione europea per fare nuovo debito. Carlo Cottarelli invita alla prudenza: il deficit va aumentato soltanto quando serve a evitare una recessione, mentre gli attuali indicatori economici, pur con tutte le cautele, non giustificano una manovra espansiva. Nell'intervista all'Adnkronos, l'economista affronta anche il nodo dei salari, indicando in bassa produttività e inflazione le cause della perdita di potere d'acquisto degli italiani, boccia le promesse elettorali prive di coperture finanziarie e sostiene la necessità di un consolidamento delle grandi banche, senza però sacrificare il ruolo degli istituti di territorio. 

Professore, l’Unione Europea apre alla flessibilità sull’energia. Naturalmente non è un assegno in bianco, questa flessibilità può essere utilizzata per gli investimenti. E' una opportunità?

 

"E' un'opportunità di fare debito. Ora, la domanda è, nell'attuale fase economica c'era la necessità di fare più debito per sostenere l'economia? Io non ne sono sicuro".  

In che senso?

 

"Per il momento non vedo la necessità di usare questa flessibilità che ci è stata gentilmente concessa di fare più debito. Se poi più avanti si vedrà che l'economia si indebolisce particolarmente e c'è il rischio che finiamo in recessione, allora benvenga maggiore deficit, maggiore debito. Ma maggiore deficit, maggiore debito si fanno quando c'è bisogno di sostenere un'economia per evitare che vada in recessione. Io questa cosa ancora non la vedo".  

Perché non la vede?

 

"Il primo trimestre di quest'anno è andato, per gli standard italiani, piuttosto bene. Vedremo fra un paio di settimane i dati del secondo trimestre. Per ora le indicazioni non sono male. L'occupazione ha avuto un balzo ad aprile e scesa leggermente a maggio. Produzione industriale è la stessa cosa: un salto ad aprile e scesa leggermente a maggio. Tutte e due sono rimaste su valori piuttosto elevati. Non è detto che serva dare una spinta all'economia in quanto tale cioè a fare più deficit. Se c'è bisogno di sostenere settori in particolare colpiti dalla crisi, allora lì si può fare degli interventi mirati tagliando qualche altra spesa o aumentando la tassazione eventualmente. Ma il saldo netto dipende da come sta andando in generale l'economia" 

Professore, lei è impegnato insieme alla Fondazione Luigi Einaudi nella campagna 'Quanto mi costa?' (si può aderire andando sui suoi social oppure sull'indirizzo www.fondazioneluigieinaudi.it). La campagna è nata per riportare in Parlamento il suo disegno di legge sulla trasparenza dei programmi elettorali. Lei è convinto che in ambedue le coalizioni sia di centrodestra che di centrosinistra si facciano delle proposte ma non si dica dove si vanno a prendere i soldi?

 

"Questo è quello che è successo in tutte le tornate elettorali, ma per le ultime due tornate elettorali, quella del 2018 e quella del 2022, all'epoca l'osservatorio dei conti pubblici italiani aveva anche fatto il calcolo di quante promesse non avevano una fonte di finanziamento: si parla di importi di 140, per alcuni partiti 140-150 miliardi all'anno. Una legislatura moltiplicata per cinque vuol dire qualcosa come quasi un quarto dell'intero debito pubblico italiano". 

Non il massimo per gli elettori

 

"Esatto. E' evidente che per ora le promesse elettorali vengono fatte senza porsi il problema di quanto costano e da dove vengono i soldi, se non mettendo delle coperture fittizie, farlocche, generiche. Questa situazione è insoddisfacente. Per i partiti va anche bene, è più facile scrivere un programma elettorale di questo genere, ma per gli elettori no visto che vengono promesse certe cose che poi non sono realizzate o sono realizzate soltanto in piccola parte" 

A proposito: i salari reali - ultimi dati - negli ultimi trent'anni sono scesi di circa il 6,6%. Qualcuno ipotizza che il salario minimo possa essere una soluzione. Che ne pensa?

 

"Il salario minimo non è volto a risolvere il problema in generale dei salari bassi, perché ci sono salari che sono al di sopra dei 9 euro all'ora ma rimangono più bassi di come potrebbero essere se il Paese crescesse. Io non ho niente in contrario al salario minimo, c'è in tanti Paesi, adesso noi abbiamo il salario giusto che comunque qualcosa fa. Se ci fosse un salario minimo non risolverebbe comunque il problema macroeconomico del fatto che negli ultimi 25 anni il tasso di crescita dei nostri salari è stato tra i più bassi in Europa".  

A cosa è dovuto?

 

"In buona parte è dovuto al fatto che la produttività italiana cresce poco. Questo richiede un impegno per rendere l'Italia un paese dove è più facile fare attività di impresa e spingere le imprese a investire qui piuttosto che in altri Paesi:con gli investimenti tu in un'ora di lavoro produci più di quanto produrresti con delle macchine vecchie. Ma non è il solo fattore". 

Qual è l'altro?

 

"L'inflazione e riguarda il grosso di questo taglio di cui lei parla, 6 punti percentuali. Se non ci fosse stata l'inflazione, noi non avremmo avuto un segno negativo sul livello dei nostri salari. Il segno negativo è che nel 2021-2022 i prezzi sono aumentati, nella somma dei due anni, qualcosa tipo il 16-17% e i salari si sono adeguati molto lentamente. In quei due anni i lavoratori dipendenti hanno perso il 13% del loro potere d'acquisto. Questo è avvenuto non perché è crollata la produttività, ma semplicemente perché i prezzi sono aumentati e i salari vengono rinegoziati lentamente. Nei tre anni successivi, nel 2023-24-25, i salari hanno cominciato a crescere più dei prezzi e all'inizio di quest'anno, invece di essere -13% rispetto al livello dell'inizio del 2021, eravano a circa meno 7%. Adesso però l'inflazione è tornata su".  

Un doppio fattore

 

"Esatto. Il problema dell'inflazione si è aggiunto a un problema precedente o comunque sottostante di bassa produttività". 

A proposito di necessità di investimenti. E' in atto una straordinaria fase di consolidamento bancario. Da un lato c'è chi elogia il risiko, sostenendo che banche più grandi possano finanziare l'innovazione. Dall'altra non manchi chi evidenzia esternalità per piccole e medie imprese e famiglie. Lei cosa pensa?

 

"E' inevitabile che ci sia il consolidamento, sia in Italia che in Europa. Noi abbiamo soprattutto le banche grandi che non sono abbastanza grandi per competere per l'Italia a livello europeo e poi per l'Europa al livello mondiale. Il punto fondamentale è che le nostre grandi banche devono diventare più grandi, non è che debbano sparire le piccole banche, quelle del territorio, che svolgono un ruolo utilissimo. Serve una specie di doppio binario". (di Andrea Persili) 

 

 

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