ATTUALITÀ - 25 agosto 2026, 06:50

Mercati e difesa nei periodi di tassi in salita: cosa ha davvero funzionato?

Non tutte le difese funzionano allo stesso modo: cosa ci dice il nuovo regime dei mercati

Mercati e difesa nei periodi di tassi in salita: cosa ha davvero funzionato?

Mercati e difesa nei periodi di tassi in salita: cosa ha davvero funzionato?

Quando si parla di “portafoglio difensivo”, spesso si tende a ragionare per schemi fissi: obbligazioni come protezione, azioni difensive per stabilità, liquidità come parcheggio temporaneo.

Ma la realtà dei mercati – soprattutto in un contesto come quello post-Covid – ci ricorda che non esiste una formula valida per ogni fase di mercato.

Negli ultimi anni, infatti, ci siamo trovati in un contesto molto particolare: crescita economica irregolare, inflazione persistentemente elevata e tassi d’interesse in forte rialzo. Un vero e proprio cambio di regime rispetto al decennio precedente.

Per capire cosa abbia funzionato davvero in ottica difensiva, è utile osservare tutti i ribassi dell’S&P 500 superiori al 5% a partire da settembre 2020. Non si tratta quindi di crisi profonde, ma di fasi di correzione, cioè il terreno ideale per valutare la tenuta dei “diversificatori”.

Liquidità, materie prime e credito: i veri protagonisti

Il primo dato interessante riguarda la liquidità.

I Treasury bill (di fatto la componente più vicina al contante) sono stati lo strumento più costante nel generare un rendimento positivo durante le fasi di ribasso.

In un certo senso è un risultato “atteso”, ma non per questo meno importante: in fasi turbolente, la liquidità rimane l’ancora più stabile.

Sorprende invece il secondo aspetto: nel medio periodo, la liquidità ha registrato anche il secondo miglior rendimento medio complessivo tra le asset class analizzate.

Subito dopo troviamo due categorie che, storicamente, non vengono sempre associate alla difesa:

  • credito a leva (leveraged loans)
  • materie prime (commodities)

Entrambi hanno mostrato una discreta resilienza, ma sono stati positivi solo circa nel 40% dei casi.

Le materie prime, però, spiccano per rendimento medio complessivo più elevato.

Il messaggio è chiaro: non sono strumenti “difensivi assoluti”, ma possono funzionare molto bene in un contesto specifico, cioè quello attuale di crescita con inflazione e tassi in salita.

In altri scenari – ad esempio shock di domanda o crisi del credito – la loro stabilità può venire meno rapidamente.

Azioni difensive: utili, ma non risolutive

Sul fronte azionario, il comportamento è stato più intuitivo. Settori difensivi come low volatility, consumer staples e utilities hanno generalmente fatto meglio del mercato durante le correzioni.

Tuttavia, anche qui emerge un limite strutturale: la protezione è relativa. In molti casi, infatti, questi settori non riescono a generare rendimenti positivi durante i ribassi del mercato, ma si limitano a perdere meno rispetto all’indice.

La sorpresa: energia protagonista del ciclo

Se c’è un’eccezione evidente in questo contesto, è il settore energetico.

L’energia è stato non solo uno dei comparti più consistenti durante le fasi di stress, ma anche il miglior performer in assoluto nel periodo considerato. Numeri alla mano, il divario è impressionante: mentre l’S&P 500 è salito in modo significativo, l’energia ha moltiplicato la performance in misura ben superiore.

Questo risultato non è casuale. Dopo anni di sotto-investimento e ristrutturazione dei bilanci, il settore si è trovato perfettamente posizionato per beneficiare di un contesto di inflazione e crescita nominale elevata.

Un cambio di regime che cambia la diversificazione

Il punto centrale, però, non è il singolo asset, ma il contesto.

Dopo il Covid non abbiamo avuto una recessione significativa, ma abbiamo assistito a:

  • forte risalita dei tassi
  • inflazione persistente
  • shock dal lato dell’offerta

Questo ha cambiato profondamente il modo in cui va costruita la diversificazione.

Non basta più “diversificare tra azioni e obbligazioni”. Oggi ha più senso ragionare in termini di “diversificare i diversificatori”.

In altre parole: ridurre la sensibilità ai tassi all’interno del comparto obbligazionario e affiancare asset decorrelati o alternativi come materie prime, strategie trend-following, esposizione internazionale e componenti a bassa volatilità.

Conclusione: difesa sì, ma dentro un contesto inflazionistico

La lezione più importante è che siamo ancora dentro una fase di “inflationary growth”, in cui la crescita nominale rimane positiva ma accompagnata da volatilità e tassi più elevati rispetto al passato.

In questo scenario, la difesa non è più sinonimo di conservazione statica. È piuttosto una costruzione più ampia e dinamica del portafoglio.

E soprattutto, non bisogna dimenticare un aspetto spesso trascurato: in questo tipo di regime, anche le azioni nel loro complesso possono essere tra i principali beneficiari, nonostante le fasi di volatilità intermedia.

Nota dell’autore: articolo basato su un’analisi di Carson Investments, rielaborata e sintetizzata

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Andrea Fabbris – Consulente Finanziario Indipendente

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Andrea Fabbris – Consulente Finanziario Indipendente

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