Don Lorenzo Marchetti, dal 1° ottobre, è arrivato al Sacro Monte di Varallo come pro rettore, affiancando don Angelo Porzio.
Che cosa ha provato quando le è stato proposto questo incarico e che significato ha avuto tornare in Valsesia, un luogo a cui è legato fin da bambino? Qual è il ricordo più significativo che conserva del Sacro Monte e quanto ha inciso nella sua formazione spirituale?
Ho accolto questo incarico con serenità e con la consapevolezza di entrare in una realtà importante per la Valsesia e per l'intera Diocesi di Novara. Il mio legame con questo territorio risale all'infanzia e si è consolidato anche attraverso alcune esperienze sacerdotali. Del Sacro Monte conservo soprattutto l'impressione suscitata fin dalle prime visite: quella di un luogo nel quale arte, paesaggio e dimensione religiosa si fondono in maniera singolare. Sono ricordi che, con il trascorrere del tempo, acquistano significati nuovi. Oggi vi ritorno con uno sguardo diverso e con il desiderio di offrire, accanto a don Angelo Porzio, il mio contributo alla vita religiosa e liturgica del santuario.
Prima di questo incarico ha trascorso oltre trent'anni come parroco a Sologno, Morghengo e Caltignaga, oltre ad aver svolto quattro anni di ministero a Borgosesia. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze e che cosa porta con sé oggi nel rapporto con le comunità della Valsesia?
Ogni esperienza pastorale contribuisce a formare il sacerdote. Gli anni trascorsi nelle diverse comunità mi hanno permesso di conoscere realtà e sensibilità differenti, insegnandomi soprattutto l'importanza dell'ascolto, della pazienza e della continuità nelle relazioni. Il ministero parrocchiale non è fatto soltanto di celebrazioni e responsabilità organizzative, ma soprattutto di incontri quotidiani, attraverso i quali si costruiscono rapporti di fiducia. Porto con me questa esperienza, nella consapevolezza che ogni comunità possiede una propria storia e una propria identità, che occorre anzitutto conoscere e rispettare.
Nel 2025 aveva intrapreso un periodo di discernimento legato alla comunità benedettina di Monte Oliveto Maggiore. Guardando oggi a quel passaggio, che cosa ha rappresentato per la sua vita e la sua vocazione? E come è cambiato, nel corso degli anni, il suo modo di vivere il ministero sacerdotale?
L'incontro con la tradizione monastica benedettina rappresenta un'occasione preziosa per approfondire alcuni aspetti fondamentali della vita cristiana: la preghiera, l'ascolto della Parola di Dio, il silenzio e l'equilibrio tra contemplazione e attività. Sono dimensioni che appartengono, con modalità differenti, anche alla vita del sacerdote diocesano e che meritano di essere continuamente riscoperte. Con il trascorrere degli anni cambia inevitabilmente anche il modo di vivere il ministero. L'esperienza aiuta a distinguere l'essenziale dal secondario e a comprendere sempre meglio che il sacerdote non è il protagonista della vita ecclesiale, ma una persona chiamata a mettersi al servizio della Chiesa.
Il Sacro Monte è un luogo particolare, dove si incontrano pellegrini, turisti, studiosi e visitatori attratti dalla bellezza artistica e dal paesaggio. Come cambia il modo di essere sacerdote in un contesto così eterogeneo e come si può accogliere tutti senza perdere l'identità religiosa del santuario?
La varietà delle persone che frequentano il Sacro Monte costituisce una delle sue ricchezze. Non tutti arrivano con le stesse motivazioni: qualcuno viene per pregare, altri per conoscere il patrimonio artistico, altri semplicemente per godere della bellezza del luogo. Il primo atteggiamento deve essere quello di un'accoglienza cordiale, discreta e rispettosa, senza pretendere di stabilire quale significato ciascuno debba attribuire alla propria visita. L'identità religiosa del Sacro Monte, tuttavia, appartiene alla sua origine e alla sua storia. Non si tratta quindi di contrapporre cultura e spiritualità, ma di favorirne una comprensione armoniosa. Anche una semplice parola di benvenuto può diventare una forma autentica di presenza sacerdotale.
Il Sacro Monte racconta la vita di Cristo attraverso cappelle, statue, architettura e paesaggio, mentre la Basilica custodisce il mistero dell'Assunzione. In una società sempre più visiva ma spesso meno vicina alla fede, come si può aiutare il visitatore ad andare oltre la bellezza artistica e cogliere il significato spirituale di questo patrimonio? Quanto possono contribuire in questo senso anche le celebrazioni liturgiche?
Il Sacro Monte nasce da una straordinaria intuizione: rendere accessibile, attraverso le immagini, il racconto della vita di Gesù. È una forma di comunicazione religiosa che, dopo oltre cinque secoli, conserva una sorprendente attualità. Le cappelle non furono concepite soltanto per essere ammirate, ma per coinvolgere il visitatore negli avvenimenti rappresentati. L'arte diventa così uno strumento privilegiato di avvicinamento al Vangelo. Oggi sono certamente utili percorsi di conoscenza e approfondimento, proposti con linguaggio accessibile e senza forzature. Le celebrazioni liturgiche, soprattutto nella Basilica dell'Assunta, mantengono viva la finalità religiosa del santuario ed esprimono quella fede dalla quale l'intero complesso ha avuto origine.
Il Sacro Monte è insieme santuario, patrimonio artistico, luogo di natura e contemplazione e meta di richiamo internazionale. Come si possono valorizzare queste diverse dimensioni? E quale significato può avere oggi un luogo che invita al silenzio e alla sosta, in una società dominata dalla velocità e dalla continua connessione?
Una delle caratteristiche più preziose del Sacro Monte è proprio la possibilità di offrire esperienze differenti, senza che queste debbano entrare in concorrenza tra loro. La tutela del patrimonio artistico, la cura dell'ambiente, l'accoglienza e la vita religiosa sono aspetti di un'unica realtà, che richiedono competenze diverse e collaborazione. Il silenzio rappresenta oggi un valore da riscoprire. Viviamo in una società dalle straordinarie possibilità di comunicazione, nella quale però diventa talvolta difficile trovare occasioni per fermarsi e riflettere. Il Sacro Monte, attraverso i suoi percorsi e i suoi spazi, invita naturalmente a rallentare il passo. È una possibilità offerta a tutti, indipendentemente dalle convinzioni personali.
Tra i suoi obiettivi c'è quello di far conoscere maggiormente il Sacro Monte anche al di fuori del territorio. Ritiene che sia ancora sufficientemente riconosciuto il suo ruolo storico e culturale, anche come modello per gli altri Sacri Monti? Quali strumenti e collaborazioni potrebbero rafforzarne la notorietà a livello nazionale e internazionale?
Il Sacro Monte di Varallo occupa una posizione fondamentale nella storia di questi complessi monumentali. L'intuizione di padre Bernardino Caimi, alla fine del Quattrocento, ha dato origine a un'esperienza che avrebbe ispirato altre realizzazioni. Il riconoscimento UNESCO ne conferma il valore universale. Esistono tuttavia ampi margini per farlo conoscere meglio, soprattutto al di fuori del territorio. Una comunicazione efficace, la collaborazione con istituzioni culturali, università e realtà turistiche, insieme all'utilizzo degli strumenti digitali, possono offrire opportunità importanti. Ritengo però essenziale valorizzare anzitutto le competenze e le iniziative già esistenti, favorendo una collaborazione rispettosa delle responsabilità di ciascuno.
Quanto è importante consolidare il rapporto con l'Ente di gestione dei Sacri Monti e costruire una rete più forte con gli altri complessi piemontesi e lombardi? E quale rapporto vorrebbe sviluppare con la città di Varallo e le comunità valsesiane, affinché il Sacro Monte sia sentito sempre più come un patrimonio vivo del territorio?
La collaborazione istituzionale è indispensabile per la conservazione e la valorizzazione di un patrimonio tanto complesso, che coinvolge competenze religiose, artistiche, ambientali e organizzative. Il rapporto con l'Ente di gestione dei Sacri Monti, con il Comune di Varallo e con le altre istituzioni deve essere caratterizzato dal dialogo, dalla cordialità e dal rispetto reciproco. Altrettanto importante è il legame con le comunità valsesiane. Il Sacro Monte appartiene profondamente alla storia e all'identità del territorio. Mi auguro che continui a essere percepito non soltanto come una meta da visitare, ma come una presenza familiare e viva, un patrimonio ricevuto dalle generazioni precedenti e da trasmettere a quelle future.
Lei continua a ricoprire incarichi importanti nella Diocesi di Novara, tra cui la direzione dell'Ufficio Catechesi e Liturgia e la collaborazione nelle celebrazioni vescovili. In che modo queste competenze possono contribuire al suo nuovo incarico? In questi primi mesi, quali esigenze ha già individuato e su quali aspetti ritiene sia necessario lavorare maggiormente?
Gli incarichi diocesani mi hanno consentito di maturare una particolare attenzione alla qualità delle celebrazioni liturgiche e alla dimensione catechetica dell'esperienza cristiana. Sono ambiti che trovano nel Sacro Monte un contesto particolarmente significativo. Queste competenze possono certamente risultare utili, purché siano inserite con discrezione in una realtà che possiede tradizioni e modalità organizzative consolidate. Preferisco evitare valutazioni premature sulle esigenze del santuario. Prima di formulare programmi ritengo necessario conoscere le persone, comprendere le diverse attività e ascoltare quanti vi prestano servizio da tempo. L'attenzione all'accoglienza, alla liturgia e alla valorizzazione spirituale costituisce certamente un riferimento importante.
Se dovesse immaginare il Sacro Monte di Varallo tra dieci anni, quale risultato vorrebbe aver contribuito a raggiungere? Una maggiore presenza di pellegrini, una notorietà internazionale più ampia, una comunità locale più coinvolta o soprattutto una rinnovata capacità di parlare alla spiritualità delle persone di oggi?
Non credo che queste prospettive debbano essere considerate alternative. Sarebbe certamente positivo vedere crescere la conoscenza del Sacro Monte, la presenza dei pellegrini e il coinvolgimento delle comunità locali. Ma i risultati non possono essere misurati soltanto in termini numerici. Mi auguro soprattutto che il Sacro Monte possa conservare la propria identità e continuare a trasmettere, attraverso l'arte, la storia e la vita religiosa, il messaggio per il quale è stato concepito. Se tra dieci anni sarà un luogo ancora più conosciuto, ben custodito, amato dalla popolazione e capace di suscitare riflessione e preghiera, sarà certamente un risultato importante. Per quanto mi riguarda, cercherò di offrire il contributo che mi sarà possibile, nella convinzione che il compito di ciascuno sia custodire e possibilmente arricchire ciò che ha ricevuto, per consegnarlo a chi verrà dopo.





