Giorgio Perlasca nacque nel 1910 a Como. Di professione agente di commercio, aderì ventenne al Partito Nazionale Fascista, e partecipò alla Guerra d’ Etiopia e alla Guerra civile in Spagna. In seguito si allontanò dal Fascismo, non condividendone le leggi razziali e l’ alleanza con la Germania nazista. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu mandato in Europa orientale come incaricato d’ affari per comprare carne per l’ esercito italiano. L’ 8 settembre 1943, giorno dell’ annuncio dell’ Armistizio di Cassibile, si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, e venne internato a Budapest. Fuggì sfruttando un finto permesso medico e trovò rifugio presso l’ ambasciata spagnola, che gli diede assistenza diplomatica in virtù di un documento ricevuto al momento del congedo dalla Spagna. In quel momento la sua vita cambiò per sempre: insieme al diplomatico Ángel Sanz Briz collaborò per procurare salvacondotti proteggendo gli ebrei ungheresi perseguitati dai nazisti. A fine novembre, quando Sanz Briz dovette andarsene, Perlasca prese in mano la situazione spacciandosi per il suo sostituto e riuscì a bloccare i rastrellamenti delle case protette. Dal dicembre 1944 al gennaio 1945 rischiò ogni giorno la propria vita come finto diplomatico spagnolo per salvare cinquemila ebrei rifugiati nelle case protette. Dopo la guerra tornò alla tranquillità della vita civile, senza mai raccontare pubblicamente la sua azione eroica, che però venne casualmente scoperta molti anni dopo e gli valse il riconoscimento dallo Yad Vashem di Gerusalemme come Giusto tra le Nazioni. Morì nel 1992 a Padova. Nel 2002 fu interpretato da Luca Zingaretti nella miniserie televisiva «Perlasca - Un eroe italiano».
Suo figlio Franco, presidente della Fondazione Giorgio Perlasca, ha gentilmente accettato di rilasciare quest’ interessante intervista.
Fin da giovanissimo, suo padre abbracciò idee nazionaliste, con tanta convinzione che si narra di una sua espulsione da tutte le scuole italiane per un’ aspra lite con un professore che contestava la «Vittoria mutilata» e l’ impresa di Fiume. Come fu per migliaia di altri italiani, aderì al Fascismo e alle camicie nere ma se ne allontanò in occasione delle leggi razziali fasciste del 1938 e del Patto d’ Acciaio del 1939. Che cosa gli permise di essere nazionalista ma non razzista, e addirittura solidarizzare con un popolo, gli ebrei, che da sempre subisce mille pregiudizi?
Era il clima di allora. Un clima che portò il novantanove percento degli italiani ad essere fascisti, o perché ci credevano o perché gli andava bene così per quieto vivere. Chi si oppose realmente erano pochissimi. Salvo poi a riscoprirsi tutti antifascisti di lunga data dopo il 25 aprile 1945. Mio padre era nazionalista e lo fu anche dopo. Nazionalismo non è sinonimo di razzismo se non nella propaganda politica. Se vi sono degenerazioni appartengono ad altri filoni. Lo definirei nella sua concezione corretta un sentimento di forte attaccamento alla propria Patria. Di questi sentimenti in alcuni periodi storici dell’Italia del dopo guerra non si poteva parlare. Negli Anni Settanta, periodo segnato da forti tensioni politiche e dagli «anni di piombo», simboli patriottici come l’inno e la bandiera erano considerati divisivi o poco rappresentativi dalla cultura dominante del tempo. Erano relegati alle cerimonie militari. Nelle scuole non si insegnava più l’inno e la bandiera era relegata alle partite della nazionale di calcio. Ora i tempi sono cambiati per fortuna E l’inno e la bandiera sono tornati ad essere un sentimento di forte attaccamento, amore verso la propria Patria. Cantato l’inno e sventolata la bandiera da tutti, senza divisioni politiche o ideologiche.
In un periodo disperato, nel 1943, ebbe la forza di rifiutarsi di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, pagandone le conseguenze con l’ arresto. Salvò poi sé stesso e molti altri innocenti dalla Shoah nazista giocando d’ astuzia, letteralmente imbrogliando come diceva lui stesso, prova che anche l’ inganno può portare del bene se mosso da una buona motivazione.
Mio padre ha sempre avuto il «difetto» di pensare con la propria testa, ragionando su quella che è bene e su quello che è male. Lui già dal 1941 vide, e lo scrive nel suo diario, la deportazione di tutti gli ebrei di Zagabria. Era lì per lavoro. Scegliere tra la Rsi alleata dei tedeschi e il Governo del Re, fu per lui non dico semplice (si trovava a 1000 km dall’Italia e non aveva contezza immediata degli avvenimenti italiani) ma conseguenziale. Era persona coerente nei suoi ideali che certo non erano quelli del nazismo e della Rsi. Proprio questa sua indipendenza di pensiero, ritengo, sia stata una della cause per cui questa storia non uscì subito, anche se molti sapevano in Italia che Jorge Perlasca era italiano, non spagnolo, e quello che aveva fatto. Semplicemente su questa vicenda nessuno poteva metterci il cappello «politico» e farla propria e quindi a nessuno interessò farla uscire.
Dopo il 1945, con la fine della guerra e la caduta del Nazismo e del Fascismo, tornò alla vita normale, senza mai parlare di ciò che aveva coraggiosamente fatto. Visse tranquillamente, in completo riserbo. Si definiva un impostore, ma il suo coraggio e inventiva furono pari solo alla sua umanità e riservatezza: come diceva il ciclista Gino Bartali, certe medaglie si appendono all’ anima, non alla giacca. Come avete saputo delle sue gesta?
Si, non raccontò a nessuno in sostanza quello che aveva fatto né in famiglia né all’esterno. Scrisse invece nell’ottobre del 1945 un suo memoriale/diario (divenne poi un libro nel 1996, editore Il Mulino dal titolo «L’Impostore»), ove raccontava giorno per giorno la sua avventura. Uno la consegnò a un ministro dell’allora governo italiano, De Gasperi, l’altro all’Ambasciatore spagnolo a Roma. Lo fece per un semplice motivo: aveva usurpato per quasi due mesi il titolo di Ambasciatore spagnolo e ci teneva far sapere alla Spagna che lo aveva fatto non per tornaconto personale ma per un motivo umanitario che certo non portava disonore alla Spagna, anzi. Così come riteneva corretto, essendo lui cittadino italiano, che il governo italiano sapesse. Non ebbe nessun riscontro, mai. Se è comprensibile dalla Spagna vista la situazione del periodo, il silenzio italiano si spiega solo in quanto lui non era e non voleva essere funzionale a nessuno. La sua storia venne fuori a fine Anni Ottanta quando la cortina di ferro che divideva l’Europa cominciò vacillare e l’Ungheria che faceva parte del blocco sovietico cominciò a avere qualche piccola libertà. Libertà di viaggiare all’ Ovest, libertà di avere rapporti oltre il muro, libertà di cercare questo Jorge Perlasca che aveva salvato tante persone. Un gruppo di donne ebree di Budapest, da lui salvate, cominciò a cercarlo e alla fine non trovarono un diplomatico in pensione a Madrid ma un pensionato italiano a Padova, ove viveva. E vennero in Italia per riprendere in contatti e la storia usci. La sua vicenda era talmente bella importante e piena di significati che il destino volle che uscisse prima della sua morte.
Sia pur rimanendo nazionalista, si distanziò nettamente dal Fascismo. Non parlava mai del Ventennio e della propria iniziale militanza?
No, come mai aveva parlato della sua avventura a Budapest mai parlò di quel periodo della sua vita. Tante cose le scopri dopo la sua morte leggendo tanti documenti che lui conservava o semplicemente il suo foglio matricolare militare.
Che cosa direbbe oggi, in un mondo in cui la democrazia viene sempre più messa in discussione e il razzismo, non soltanto l’ antisemitismo istigato dall’ attuale situazione mediorientale, perdura con forza, motivazioni e forme differenti, e la guerra pare lo strumento più rapido e facile per risolvere una contesa?
Il mondo, purtroppo, non è cambiato rispetto a cento anni fa. Le guerre vi erano prima vi sono ora. Forse adesso con i moderni mezzi praticamente istantanei di comunicazione siamo più informati. Ma relativamente. Nel mondo vi sono censite e in corso oltre cinquanta guerre ma noi abbiamo notizie, forse anche eccessive, di quello che avviene in Ucraina, Israele-Palestina e ora dall’Iran e dintorni. Sappiamo tutto quello che avviene nello stretto di Hormuz ma nulla di quello che avviene nel Sudan o in altri paesi africani. Nessuno ne parla. L’antisemitismo, poi, è rinato in maniera importante anche se ha cambiato matrice. Se prima era legato a una ideologia, quella nazista, ora è legato a movimenti che si richiamano a ideologie opposte, che si collocano sulla sinistra dello schieramento politico (se ancora questa definizione di destra e sinistra ha senso). È un qualcosa legato alle problematiche israelo-palestinesi,esplose ovviamente con il 7 ottobre e la guerra che ne seguì. Ed è un sentimento oramai di odio. Un governo si può criticare ferocemente per le sue scelte politiche ma quando dalla critica si passa all’odio verso gli ebrei, è altra cosa. Basta vedere i social, gli slogan tipo «dal fiume al mare», le bandiere sventolate di Hamas, Hezbollah note organizzazioni terroriste che hanno nello statuto la distruzione dello stato di Israele. Era un sentimento che covava da decenni, ma ora è esploso. E sarà difficile tornare indietro.
Lei oggi presiede una fondazione dedicata a suo padre. Quali sono le vostre attività fondamentali, e con chi collaborate?
Le nostre attività sono svolte prevalentemente nelle scuole, con i ragazzi nel solco del testamento spirituale lasciato da Giorgio Perlasca. Una bellissima risposta che diede a Mixer al giornalista Giovanni Minoli che gli chiese: «Perché ricordare questa vicenda?» fu: «Vorrei che i giovani si interessassero a questa storia, unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e saper opporsi a violenze del genere se dovessero ripresentarsi.». Quindi ricordare questa vicenda e altre similari di persone che si sono opposte al male, non hanno fatto finta di non vedere ma anzi a rischio della propria vita hanno cercato di fare qualcosa, è importante perché ci mostrano un esempio da seguire, nelle grandi ma anche nelle piccole cose della vita. E per i ragazzi sono esempi di vita importanti.
Facciamo mediamente all’anno una quarantina di incontri nelle scuole in giro per l’Italia e una ventina di incontri organizzati con con amministrazioni comunali, associazioni culturali.
Grazie per la gentile disponibilità, sarebbe un graditissimo privilegio poterla avere a Biella nel ricordo di suo padre e nel contesto delle attività della vostra fondazione.
La ringrazio e spero possa essere possibile.













