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Ultim'ora | 30 luglio 2026, 00:06

Iran, rischio escalation: raid Usa in Iraq e Arabia Saudita in campo, l'analisi

Iran, rischio escalation: raid Usa in Iraq e Arabia Saudita in campo, l'analisi

(Adnkronos) -

Non solo Iran. La crisi in Medio Oriente si allarga, con il rischio di un'escalation dopo i raid di Stati Uniti e Arabia Saudita, che hanno colpito milizie filo-iraniane in Iraq. Le operazioni sono scattate 15 giorni dopo la visita del neo premier iracheno, Ali al-Zaidi, alla Casa Bianca. E sei giorni dopo la sua prima missione nella capitale iraniana Teheran. Gli attacchi si sono concretizzati poche ore dopo l'incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in un quadro di relazioni e negoziati dietro le quinte. Da mesi va avanti il pressing a stelle e strisce su Baghdad: gli Stati Uniti chiedono impegno per il disarmo delle milizie filo-iraniane, che .  

 

Le forze di mobilitazione popolare, per lo più fazioni armate sostenute dall'Iran, hanno confermato che nelle operazioni che hanno colpito loro siti in Iraq sono rimasti uccisi 20 combattenti. Oltre 30 i feriti. Le azioni hanno una doppia valenza. Rappresentano una scintilla che può allargare il teatro del conflitto e, contemporaneamente, sono la conseguenza del primo coinvolgimento diretto dell'Arabia Saudita con un ruolo pienamente attivo e operativo nel conflitto.  

Perché i raid hanno preso di mira le formazioni delle forze di mobilitazione popolare, identificate come Al Hashid Al Shaabi? Le milizie erano state create nel mezzo dell'avanzata del sedicente Stato islamico in Iraq e dal 2014 sono state cruciali nella battaglia contro i jihadisti. E, dicono nella regione, anche se le forze di mobilitazione popolare sono formalmente sotto controllo iracheno, molte fazioni mantengono catene di comando parallele e si ritiene rispondano a Teheran. Parte del cosiddetto 'Asse della resistenza', con la sua influenza sulla politica. 

Le forze di mobilitazione popolare hanno riferito di operazioni che hanno colpito loro basi nelle province di Baghdad, Wasit, Ninive, Bassora, Kirkuk, Kerbala e Diyala. Presi di mira in particolare, secondo le notizie dei media locali, i siti di Al-Fath Al-Mubin, nel governatorato di Wasit, e quello di Abu Muntadhar Al-Muhammadawi, nella provincia di Diyala. 

Gli Stati Uniti hanno fatto il punto dopo le operazioni. Il Centcom, il Comando centrale Usa responsabile per le attività militari nella regione, ha confermato operazioni con le Forze Armate saudite contro "terroristi filo-iraniani, incaricati dai Guardiani della Rivoluzione", i Pasdaran iraniani, "di condurre attacchi contro forze Usa e infrastrutture energetiche saudite". Sono stati colpiti siti per la logistica e per il deposito di armamenti "nell'est dell'Iraq" in risposta - puntualizza il Centcom - a "oltre 30 attacchi con droni" messi a segno in "72 ore" su ordine dei Pasdaran. 

Il ministero della Difesa della monarchia del Golfo, secondo le parole del portavoce riportate dall'agenzia saudita Spa, ha riferito di operazioni, "in coordinamento con il Centcom", contro "obiettivi specifici delle milizie nella Repubblica dell'Iraq collegate ad attacchi contro infrastrutture petrolifere del Regno" dopo attacchi sferrati tra ieri e lunedì da "milizie terroristiche sostenute dall'Iran" con droni fatti partire dal territorio iracheno in direzione delle regioni saudite. Riad insiste sul "diritto all'autodifesa" e afferma di "non cercare un'escalation", ma ribadisce che in caso di ulteriori attacchi "non esiterà ad adottare tutte le misure necessarie a tutela della sua sovranità e per proteggere cittadini e asset" del Paese. 

E' in questo clima che sembra essere saltata, almeno per il momento, l'attesa visita a Riad del premier dell'Iraq, Paese in cui per convenzione l'incarico di primo ministro va a uno sciita e da sempre in una posizione quantomeno difficile tra Usa e Repubblica islamica. Al sito di notizie iracheno Shafaq News una fonte governativa irachena ha confermato che la missione è stata cancellata dall'agenda di al-Zaidi, mentre da Riad non ci sono commenti. Al-Zaidi, 41 anni, salito al potere a maggio dopo una lunga fase di stallo politico e di fatto con il via libera di Trump, era arrivato il 13 luglio negli Usa nel mezzo delle continue tensioni tra Washington e Teheran e del costante pressing americano su Baghdad per il disarmo delle milizie filo-iraniane. 

Da quando il 28 febbraio scorso Usa e Israele hanno lanciato i primi attacchi contro l'Iran, le milizie irachene hanno di fatto consentito all'Iran di avere più 'opzioni' per "rispondere", come dicono a Teheran dopo decine di attacchi che hanno preso di mira obiettivi nei Paesi del Golfo. E tra gli osservatori non manca chi ritiene i Paesi del Golfo possano vedere l'Iraq come terreno in cui poter rispondere a loro volta senza attaccare direttamente in terra iraniana. 

A fine giugno le autorità irachene hanno indicato la data del 30 settembre come termine ultimo per la consegna delle armi, con l'obiettivo dichiarato di consolidare il controllo esclusivo dello Stato sulle armi. Non è chiaro come intendano eventualmente procedere dopo il 30 settembre. I Pasdaran, dice il Centcom, "e i loro proxy, terroristi, devono porre fine a questi attacchi per evitare un'ulteriore risposta militare Usa".  

 

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