Il nostro viaggio nel tempo della rubrica "Riascoltati per voi” compie un nuovo salto temporale e si proietta quest’oggi nel 1986. Se la settimana scorsa ci siamo immersi tra i castelli, i giganti e le atmosfere medievali di “Rising” dei Rainbow, dieci anni dopo il nostro percorso nell'hard rock e nell'heavy metal cambia totalmente scenario. Niente più maghi o stregoni: ad accoglierci in questo trentasettesimo appuntamento c’è “Somewhere in Time” degli Iron Maiden, sesto album in studio pubblicato nel settembre del 1986.
Reduci dal successo globale di “Powerslave” e dal mastodontico tour mondiale documentato nello storico live “Live After Death”, gli Iron Maiden si trovarono a un bivio fondamentale. Sfiniti dai ritmi serrati dei concerti ma al picco della popolarità, Harris e compagni scelsero di non ripetere la solita formula del passato. La vera grande novità di “Somewhere in Time” risiede nell'introduzione strutturale dei sintetizzatori applicati alle chitarre e al basso, questi nuovi colori sonori donano alle trame di Dave Murray e Adrian Smith un respiro spaziale, moderno e tridimensionale, senza intaccarne l'impatto e la potenza.
L'album è anche il momento di massima maturità creativa per il chitarrista Adrian Smith, autore e coautore di alcuni dei brani più iconici della pubblicazione. Il disco si apre con la travolgente “Caught Somewhere in Time”, sette minuti di cavalcate epiche che mettono subito in chiaro le intenzioni del gruppo. Si passa poi alla celeberrima “Wasted Years”, una tra le mie canzoni preferite degli Iron, caratterizzata da un riff d'apertura a dir poco memorabile. Il viaggio prosegue tra l'energia di “Sea of Madness”, la grandiosità corale di “Heaven Can Wait”. La seconda metà del vinile regala altri due capolavori assoluti: la sognante e malinconica “Stranger in a Strange Land” e la conclusiva e mitica “Alexander the Great”, imponente suite da quasi nove minuti che trasforma le gesta di Alessandro Magno in puro mito heavy metal. Scusate se è poco!
“Somewhere in Time”, credo non sia il disco degli Iron Maiden che consiglierei a chi non li ha mai ascoltati, per quello ci sono altri album più immediati. Ma è uno dei loro dischi più affascinanti, perché racconta un momento preciso: una band al massimo della propria popolarità che, invece di ripetersi compie una vera e propria scommessa, la più audace di tutta la loro grandiosa carriera: decide di guardare avanti e lo fa senza rinunciare a ciò che l’ha resa grande, ossia prendere il loro leggendario suono e proiettarlo direttamente nel futuro.
I miei brani preferiti sono: "Caught Somewhere in Time", "Wasted Years", "Heaven Can Wait", "The Loneliness of the Long Distance Runner” e Alexander the Great”.
Voto: 9,5
Tracce:
1) Caught Somewhere in Time – 7:25
2) Wasted Years – 5:06
3) Sea of Madness – 5:42
4) Heaven Can Wait – 7:24
5) The Loneliness of the Long Distance Runner – 6:31
6) Stranger in a Strange Land – 5:44
7) Deja-Vu – 4:56
8) Alexander the Great – 8:37
Durata: 51 minuti.
Formazione:
- Bruce Dickinson – voce
- Steve Harris – basso
- Dave Murray – chitarra
- Adrian Smith – chitarra
- Nicko McBrain – batteria
Dopo aver ascoltato le ultime note, ci congediamo da “Somewhere in Time” degli Iron Maiden, il disco che per questa settimana è stato la nostra macchina del tempo. Questo nostro viaggio non è mai statico; ogni riascolto svela una nuova strada, un nuovo dettaglio nascosto che merita di essere visitato. Fatemi sapere le vostre impressioni, i vostri ricordi e le vostre riflessioni.
Grazie per aver condiviso la rotta anche questa settimana, il prossimo vinile è già sul piatto. A presto!











