(Adnkronos) - “Dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro si sente spesso dire che il diritto è in ritardo. Non lo credo. Il diritto del lavoro è nato per governare il potere del datore di lavoro, e l'intelligenza artificiale è soltanto un modo nuovo di esercitarlo. Cambiano l'opacità e la scala, ma la domanda resta la stessa, chi risponde di quella decisione, e come la persona può farla valere. Per questo la sorveglianza umana, se vuole essere reale, ha bisogno di competenza, di tempo e dell'autorità per dire di no. Altrimenti non è un controllo. È una firma in fondo a una procedura. All'Inps abbiamo scelto di costruire prima le regole e poi gli strumenti, perché gli strumenti si comprano e in pochi mesi invecchiano, mentre la capacità di governarli resta. Su queste basi l'Istituto porta avanti oggi oltre 70 progetti di intelligenza artificiale, con un principio che non è negoziabile. L'algoritmo può istruire una pratica. Non la norma. La responsabilità ultima resta umana. Ma governare la tecnologia non basta, se non governiamo anche il valore che produce”. Lo ha affermato il presidente Inps, Gabriele Fava, nel suo intervento oggi a Roma al seminario Issa, L’associazione internazionale degli istituti di sicurezza sociale.
“L'intelligenza artificiale arriva insieme alle altre due grandi sfide dei nostri sistemi, l'invecchiamento e la denatalità. In Italia lo scorso anno sono nati circa 355 mila bambini, il numero più basso della nostra storia. Meno giovani che entrano nel lavoro, più persone che ne escono, e ora macchine capaci di svolgerne una parte. In questo scenario il patto si regge su un meccanismo semplice. I contributi si calcolano sulla retribuzione. Il valore che il lavoro produce entra nel sistema solo se passa dalla busta paga'', afferma Fava.
''Se l'intelligenza artificiale affianca chi lavora, il valore può diventare salario, e i contributi crescono. Se sostituisce ore di lavoro, il valore si sposta nel margine dell'impresa. Per il bilancio aziendale è un risparmio. Per la sicurezza sociale è una base che si assottiglia. E chi si riqualifica o cambia mestiere rischia di ritrovarsi, un giorno, con una pensione più bassa. Non credo in una tassa sui robot. Colpirebbe l'innovazione proprio quando ne abbiamo più bisogno e spingerebbe gli investimenti dove nessuno chiede nulla. Credo in un principio -prosegue Fava-.Se l'intelligenza artificiale genera valore sostituendo lavoro umano, una parte di quel valore deve restare agganciata alla sicurezza sociale. E credo che vadano protette le transizioni, perché il tempo speso a imparare un mestiere nuovo non diventi un vuoto nella pensione di domani''.
''Contribuzione figurativa durante la riqualificazione, indennità legate alla formazione, uscite flessibili per chi è vicino alla pensione. In Italia abbiamo già cominciato. Con la Regione Piemonte i lavoratori in cassa integrazione che frequentano corsi di formazione ricevono un'indennità aggiuntiva erogata dall'INPS. Sono strade da percorrere con prudenza, per soglie, con gradualità e sperimentazione. Le decisioni spettano a Governo e Parlamento. A noi spetta portare dati, esperienza e proposte”.
“Da oltre un secolo la busta paga tiene insieme il lavoro e la protezione, chi produce e chi è protetto, una generazione e quella che viene dopo. L'intelligenza artificiale può spezzare quel legame. Oppure può renderlo più forte, se la ricchezza prodotta da queste macchine tornerà a chi lavora. Nei salari, nella formazione, nelle pensioni”, dichiara il presidente Inps.
“Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, nel mondo un lavoro su quattro è esposto all'intelligenza artificiale generativa, e nei Paesi ad alto reddito la quota sale al 34 per cento. Ma solo il 3,3 per cento si trova nella fascia più alta, quella in cui la macchina può davvero prendere il posto della persona – aggiunge Fava -. Questi numeri non raccontano la fine del lavoro. Ne raccontano la trasformazione. L'esposizione è vasta, la sostituzione ne è la parte minore, e il nostro vero punto debole non è la tecnologia. Sono le competenze''.
''Esposizione non vuol dire sostituzione. La tecnologia cambia sempre il lavoro, ma non decide da sola come. Lo decidiamo noi. Lo decidono le regole, i contratti, le scelte di chi guida le imprese e le istituzioni. È questa la domanda che l'intelligenza artificiale pone alla sicurezza sociale. Non quanti posti di lavoro cancellerà. Ma dove andrà il valore che produce”, conclude.










