Se negli ultimi mesi avete dovuto cambiare qualche portatile in ufficio, vi sarete accorti che costa parecchio più di un anno fa. Magari avete dato la colpa al rivenditore (che ci avrà anche messo del suo, ma c'entra poco. La spiegazione vera è arrivata venerdì 30 ottobre da Wall Street.
Quel giorno Intel ha perso il 28,6% in una sola seduta, il calo giornaliero più pesante della sua storia in Borsa. Il Nasdaq ha chiuso a meno 2,9%, la discesa più forte dal 5 giugno. Il giorno prima Alphabet, la casa madre di Google, aveva bruciato circa 500 miliardi di dollari di capitalizzazione, venerdì Amazon e Intel insieme ne hanno persi altri 300. Piazza Affari se l'è cavata con un meno 1%, ma è stata la peggiore d'Europa, con Technoprobe e STMicroelectronics in testa alle vendite.
Il paradosso è che i conti di Intel, di per sé, non erano un disastro. Ricavi a 16,5 miliardi di dollari, più 21% sull'anno, e la crescita più forte nei data center da quindici anni. A preoccupare sono i PC, che secondo l'azienda rallenteranno almeno fino all'estate prossima.
E cosa c'entra l'intelligenza artificiale con il portatile del ragioniere? Parecchio. I data center che addestrano e fanno girare i modelli si stanno comprando quasi tutta la memoria prodotta al mondo. Gartner prevedeva un aumento del 130% dei prezzi di DRAM e SSD entro fine 2026, con i PC più cari del 17%, e secondo IDC nel terzo trimestre le spedizioni mondiali di PC sono crollate del 20,1%. Ed ecco che Intel cresce grazie all'IA nei server e affonda per colpa dell'IA nei computer da scrivania. L'analista Dan Ives ha parlato apertamente di "disastro" della divisione PC, causato proprio dai prezzi della memoria.
Detto questo, venerdì il mercato non ha bocciato l'intelligenza artificiale come tecnologia. Ha chiesto il conto. Meta ha messo in preventivo tra 135 e 145 miliardi di dollari di investimenti per quest'anno e sta raccogliendone altri 95, SpaceX ha emesso obbligazioni per 40 miliardi per comprare chip Nvidia. Il 13 ottobre il Fondo monetario internazionale ha inserito una correzione dei titoli legati all'IA tra i tre principali rischi per la stabilità finanziaria globale. Quasi un decimo delle nuove obbligazioni societarie di qualità emesse nel mondo quest'anno porta la firma di cinque soli gruppi (Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle).
Io non la chiamerei ancora "bolla", perché a differenza del 2000 qui i ricavi ci sono e crescono. Ma quando gli investimenti si pagano a debito, una brutta giornata in Borsa può diventare un problema di credito, e allora riguarda tutti.
A questo punto conviene tornare indietro di due anni. Il 2 agosto 2024 Intel aveva già perso più di un quarto del suo valore in un giorno, e anche allora Milano aveva chiuso in rosso con STMicroelectronics tra le peggiori. A luglio 2025 Intel ha rinunciato alla grande fabbrica di Magdeburgo, in Germania, e al sito in Polonia. Doveva essere la base della "sovranità" europea sui chip, con quasi dieci miliardi di euro di aiuti pubblici promessi da Berlino. Un mese dopo il governo degli Stati Uniti è entrato nel capitale di Intel con circa il 10%, una quota che anche dopo il tonfo di venerdì vale intorno ai 32 miliardi di dollari. Washington tratta Intel come un bene nazionale. L'Europa l'ha vista andarsene.
Bruxelles ci riprova con il pacchetto sulla sovranità tecnologica del 3 giugno 2026 (Chips Act 2.0 e Cloud and AI Development Act), che punta a triplicare la capacità dei data center europei in sette anni. Bene. Ma la sovranità digitale, per come la vedo io, è prima di tutto una mappa delle dipendenze. La memoria la producono in Corea, i chip più avanzati a Taiwan, il cloud che usiamo risponde a una legge americana. E quando chi ha speso migliaia di miliardi dovrà rientrare dell'investimento, i listini del cloud andranno in una sola direzione (indovinate quale).
"E noi che c'entriamo? A Biella non si fanno chip." Sbagliato. Ogni azienda che tiene contabilità, progetti e posta su servizi esteri è dentro questa partita, che lo voglia o no. L'Estonia, che conosco da vicino per averci lavorato, lo ha capito anni fa e tiene una copia dei dati vitali dello Stato in un'"ambasciata dei dati" in Lussemburgo.
Poi c'è il quantum. Nel 2026, nei giorni in cui il settore tecnologico perdeva terreno, le società di calcolo quantistico quotate (IonQ, Rigetti, D-Wave e Quantum Computing Inc.) hanno fatto peggio del Nasdaq tre volte su quattro. Il mercato le compra quando ha voglia di rischiare e le vende per prime quando ha paura. Il pericolo è che una lunga stagione di sfiducia sull'IA tolga capitali anche alle startup quantistiche. Eppure, la parte del quantum che conta per voi non dipende dall'umore di Wall Street. La migrazione alla crittografia post-quantistica ha già un calendario europeo, con i primi passi entro la fine del 2026 e le infrastrutture critiche entro il 2030. Chi controlla le chiavi di cifratura controlla i dati. Anche questa è sovranità, forse la più concreta.
Non so se venerdì sia stato l'inizio di una correzione lunga o soltanto un brutto pomeriggio. La domanda da farsi in azienda però resta la stessa: quante delle nostre attività dipendono da tre gruppi americani e da un paio di fabbriche asiatiche?
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