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COSTUME E SOCIETÀ | 16 maggio 2021, 11:15

Il racconto della domenica: "Oltre" di Domenico Calvelli

Il racconto fa parte della raccolta di racconti del biellese Domenico Calvelli dal titolo "La Coltre Opaca della Sera", pubblicato circa due anni fa

Il racconto della domenica: "Oltre" di Domenico Calvelli

La città, la città delle retrovie di cui tanto si è scritto e parlato, è proprio Biella, caro fratello. Non una città qualsiasi nella fantasia di scrittori più o meno accorti, non l’invenzione surreale di stravaganti artisti, nossignore! Biella! Questo il nome. La nostra Biella, che ogni mattina vede sorgere lo stesso sole dall’oriente delimitato dalla pianura lombarda e, la sera, lo vede sprofondare in fondo al sipario delle Alpi occidentali.

Tutti abbiamo sempre pensato che al di là di quel muro di roccia vi fosse
un altro paese, altre valli ancora e poi colline e pianure straniere abitate da genti, per un certo verso, simili a noi. E invece… se si sapesse. Tutte frottole che ci sono state propinate come la pillola all’ignaro malato, come la favola all’ingenuo fanciullo! Niente valli, né colli, né piane coltivate, né popoli cugini. No, caro Ignazio. E’ stata tutta una messinscena cui ognuno di noi ha sempre dato fede nel profondo del suo cuore. Di là, amico mio, alberga una terra che non ti immagini neppure. Obietterai che ci sei stato, in quelle regioni, e che hai trovato valli, colli e pianure assolutamente normali, popolate da gente normale, potresti addirittura giurare, quasi uguale a noi. E villaggi,
campi, vigne e città. Con i campanili e le chiese al loro posto, le strade lastricate, le piazze e persino i ponti sui fiumi. Che maestosa illusione! Le cartine di tutti gli istituti geografici riportano esattamente quello che tutti crediamo di aver visto, con immancabile millimetrica precisione. Ma la realtà è un’altra. Talmente altra che al solo pensiero la mia anima subito si sconvolge.

Di là, amico mio, nessuno è mai stato davvero. Nessuno che cammini in questa città con la testa sul collo. Di là, Ignazio, abita il nulla. Lo so, non mi credi. Mi pensi folle, oppure profondamente turbato,
alterato da chissà quale condizione della mia mente. Ma io so che non è così. E ne sono talmente certo che, ogni volta che mi capita di volgere lo sguardo a occidente, subito mi coglie un’oscura angoscia, percependo una minaccia inspiegabile, un lento
vibrare che, se non controllato, tutto annienterebbe in un istante. A occidente, fratello caro, oltre quella pietosa coltre di pietra che Iddio ha voluto sufficientemente alta da proteggere i nostri pensieri e le nostre vite, di là dallo spartiacque alpino, non c’è nessuna valle, né colline, né boschi, né città, né fiumi, né ponti, né campi, né vigne. Di là l’orrore cova in una distesa monotona senza colore. Di là abita l’abisso, l’oscuro
paesaggio nato da una mente troppo elevata ed abietta da poter essere solo immaginata. Un lungo, infinito deserto gelido, dove soffia il vento della morte, senza mai requie. Dove nessun uomo sano di mente può sopravvivere a lungo ed il pensiero immediatamente viene annientato, in un oblio senza ritorno. Se solo si sapesse, tutti immediatamente impazzirebbero, e la civiltà avrebbe fine. Chi disegnò mappe e
cartine ebbe pietà di noi. Non consentì che alcuno potesse sospettare l’orrore che tutto sovrasta. E Biella, proprio la nostra cara Biella, è l’ultima città prima del baratro, amico caro. L’ultimo baluardo di civiltà prima del niente, la retrovia più vicina al fronte.
Ed io questo niente, l’ho davvero visto, con i miei occhi. Non dimenticherò mai quel giorno quando, illuso, intrapresi il cammino verso ovest, convinto che di là dalla catena montana avrei trovato, come descritto da ogni cartina, un’altra valle, verde di boschi e di laghi. Ma, giunto sull’orlo della cresta alpina, mi accorsi, come in un incubo, che di là non c’era nulla di quanto descritto dalle mappe. Un agghiacciante
panorama si distese ai miei piedi. La mia ragione vacillò annientata. Di là, amico mio, un infinito deserto gelido si perde fino alla fine del mondo, colmo di tutto l’orrore che una mente possa concepire. E Dio non voglia che mai alcuno osi intraprendere il mio stesso percorso e che nessuno conosca il terrore che cova, informe, in quelle terre.
Da quelle lande nulla di ciò che le abita giunga mai a noi, nella nostra piccola città di retrovia, che ancora si culla in una cieca ed inconsapevole innocenza.

Domenico Calvelli

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