/ COSTUME E SOCIETÀ

| 16 febbraio 2020, 07:30

La Valsesia Magica e Misteriosa: L’uomo selvatico di Postua aveva una famiglia ma rubava i bambini negli alpeggi

A cura di Roberto Gremmo

La Valsesia Magica e Misteriosa: L’uomo selvatico di Postua aveva una famiglia ma rubava i bambini negli alpeggi

L’uomo selvatico di Postua, la valle incantata fra Biellese Orientale e Valsesia, aveva una famiglia ma rubava i neonati negli alpeggi.

   Il personaggio singolare dei racconti fantastici alpini é molto diverso dal suo omologo della valle dell’Elf o del Sarv perché non viveva solitario ma s’era formato una famiglia e non abitava nel buio d’una caverna ma nel luminoso e fertile pianoro vicino all’alpe Barmello.

   Come gli altri ‘salvèj’, conosceva tutti i segreti della lavorazione casearia e dei poteri terapeutici delle erbe montane, era docile ed amichevole ma aveva un cruccio, perché i numerosi figlioli avuti dalla sua compagna erano brutti, ricoperti d’un fitto pelo scuro e deformi.

   Si racconta perciò che trovandosi a passare accanto ad un alpeggio e scorgendo un neonato lasciato tranquillo nella culla mentre i suoi genitori stavano fienando, vedendolo roseo, paffuto e grazioso, se lo fosse preso, sostituendolo con uno dei suoi più sfortunati e sgraziati figlioli.

    Giunto alla sua balma con la creatura sottratta, l’uomo selvatico venne però subito preso a male parole dalla sua donna che non voleva perdere il sangue del suo sangue (“ogni scarrafone é bello a mamma sua”). La poveretta tanto fece e tanto insistette da costringerlo a restituire alla madre il neonato sottratto ed a riprendersi il suo vero figlio.

  Stupisce che la tradizione popolare presenti con caratteristiche negative un personaggio come l’uomo selvatico che nel resto del Biellese e in tutte le vallate Alpine viene sempre descritto come un pacifico individuo, dispensatore di saggezza e conoscenza ed in buoni rapporti con tutti.

    Vien quasi da sospettare che nel tramandare questa leggenda si sia sovrapposta alla figura originale dell’“Om salvej” quella tutta negativa di qualche malandrino vissuto per qualche tempo ramingo sulle montagne sotto il monte Barone ed il Cornabecco.

   E’ storicamente dimostrato che a fine Ottocento per parecchi anni in quelle vallate visse e spaventò non poco i popolani il celebre bandito d’origine trentina Pietro Bangher, ramingo fra Valsesia e Valsessera.

   Un altro marginale ramingo nella stessa zona era conosciuto col nomignolo di “col dla mantlin-a” (quello della mantellina) perché girava sui monti avvolto in uno scuro tabarro, era di mano veloce e depredava le baite isolate. 

   Forse le caratteristiche negative appioppate al povero ed incolpevole “Om salvaj” erano quelle di questi personaggi reali.

    Anche l’anomalia della famiglia selvatica potrebbe avere un fondamento reale, perché di personaggi singolari le montagne d’una volta erano piene e storie di ogni tipo fiorivano attorno a loro.

  In val dl’Elf si tramandano macabri racconti su tragedie amorose avvenute nei casolari accanto al piccolo ma impetuoso torrente che prende il nome evocativo di Ara.

   Negli anni 30, il mio sfortunato nonno materno pubblicò sull’“Illustrazione Biellese” la tragica storia all’origine della fama sinistra di quel corso d’acqua raccontando la vicenda di due fanciulle “esemplari di bellezza alpina forte, opulenta, sana” che vivevano in due casolari sulle opposte rive del torrente ma erano rivali nel contendersi un giovane montanaro che “possedeva un torso d’atlante, una voce tonante ed una forza erculea nei muscoli d’acciaio”.

   L’alpigiano amava la ragazza più seria e che manifestava una “sensibilità d’animo quasi religiosa” ma al contempo “non sapeva sfuggire alle lusinghe viziate” dell’altra.

   Una notte la giovane virtuosa aveva deciso di seguire di nascosto l’innamorato “coperta solo dalla bianca camicia”  per scoprire se aveva davvero una tresca con la nemica tentatrice e l’aveva pedonato di nascosto nella notte.

   Purtroppo, il giovane era “superstizioso come tutti i contadini” e scorgendo quella figura che lo seguiva furtivamente, terrorizzato, perse l’equilibrio e cadde nell’acqua proprio mentre stava valicando l’impetuoso torrente Ara. Salvato dai montanari accorsi alle sue invocazioni d’aiuto, non fu più “il giovane dalla voce maschia, dai muscoli d’acciaio e dal torso d’Atlante” perché era impazzito dalla paura e la giovane che involontariamente aveva provocato la sua regressione mentale dopo qualche tempo “morì di mal sottile”.

    Anche il lago del Mucrone sarebbe la tomba d’un amore perduto fra un pastore ed una bella alpigiana che lo scapestrato giovane avrebbe abbandonato per seguire una misteriosa ‘femme fatale’ in una tentacolare città viziosa e corrutrice.

   Mentre scendeva a valle abbandonando i suoi monti sarebbe caduto morendo nel torrente Oropa ed anche la sua innamorata, pazza di dolore, avrebbe fatto la stessa tragica fine, annegando nel laghetto alpino.

    Per miracolo, le acque dello specchio d’acqua si sarebbero aperte, lasciando scivolare il corpo senza vita della giovane accanto a quello del suo amore, unendoli per sempre.

    Celebri leggende su amori sfortunati circondano anche il lago della Vecchia in val dal Sarv.

   Ma, come sempre accade, le leggende autenticamente popolari conservano memoria di vicende realmente accadute.

    Basterebbe ricordare quella fuor del comune di due teneri e sfortunati amanti ossolani che decisero di rifugiarsi in un luogo isolato ed irraggiungibile della montagna per non dover rinunciare a volersi bene.

    All’inizio del Novecento, la più bella giovane di Anzola d’Ossola, Angela Borghini ed il suo amante Michele avevano subìto la sorda ostilità del loro Paese perché l’uomo era già sposato ed aveva dei figli, e la morale dell’epoca condannava implacabilente ed inesorabilmente queste ‘tresche clandestine’.

    Senza nulla temere, i due amanti decisero di trasferirsi in alta montagna, nell’isolata valle del Nibbio, fra pietraie e, frassini e pochi castagni, vivendo di pastorizia con qualche capra in un precario rifugio ricavato sotto ad un grande masso, una balma pietrosa detta “la Fajera” sfuggendo per sempre alle cattiverie della gente.

    Più robusta ed avvezza ai disagi, la bell’Angela riuscì a sopravvivere ai disagi ed alle avversità di quella via estrema ma dopo qualche anno il suo compagno Michele, più anziano e malato, morì.

   Venne ricordato sul “Popolo dell’Ossola” del 18 aprile 1913 con un breve articolo dove si dava la notizia davvero curiosa e singolare che “[i]n fondo all’orrido vallone del Nibbio, in luogo selvaggio e quasi inaccessibile, sotto la sporgenza di un grosso macigno, convivevano da lunghi anni due individui contenti del loro stato ! Col frutto di poche capre trascinavano una misera esistenza, e nonostante i ripetuti inviti e comandi, mai si indussero ad abbandonare quella vita semi-selvaggia. Giovedì moriva il povero Michele già grave di 84 anni, e ci volle tutta l’audacia di 4 portatori per trasportare il cadavere al paese”. 

     La storia dell’amore selvatico ed eremitico dei due ossolani diventò talmente famosa che nel 1932 lo scrittore Giovanni Cenzato volle narrarla sull’autorevole “Corriere della Sera” ricordando che “Angela Borghini era una bellezza maestosa, proprio di quelle che fan perdere la testa. Lavorava andando a prender legna su ai monti, chè allora non c’erano le teleferiche. Lui tagliava la legna, lassù al Nibbio, e un giorno le propose di rimaner su. Egli, qui in paese, aveva moglie e un figlio. Mandò a dire che non sarebbe tornato più, perché amava l’Angela. E infatti passarono gli anni senza che nessuno li vedesse. Emigravano un po’ qua e u po’ là, di caverna in caverna. Dopo parecchi anni il figlio salì dal padre, forse per salutarlo, e si sfracellò precipitando in un burrone, prima ancora che giungesse alla tana dei due amanti. Quel sangue innocente mise una specie di baratro intorno ai due, un baratro più inaccessibile della montagna, e li aureolò di una torbida luce sinistra. Nessuno osò più arrivare fino ad essi. La Fajera era diventata quasi un nome pauroso. Gli anni passarono nel silenzio, condensando un’atmosfera di leggenda. Sembra che avessero avuto figlioli morti per il freddo, poi morì lui. E la donna rimase lassù, intorpidita ormai in quella sua vita senza ore.

   L’anno scorso le rubarono le caprette, e allora la donna, che aveva visto con questo furto deriso tutto il suo romanzo di povertà, di solitudine e di amore, ridiscese al piano, per morire in mezzo agli uomini”.

    Con molta probabilità, i fiabeschi racconti leggendari del nostro Biellese sugli ‘òm salvaj’ hanno un fondo di verità in perdute o dimenticate rivolte individuali contro il mondo moderno come quella romantica e tragica degli ossolani Angela e Michele.

Ribelli della montagna per amore.    

   Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore