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EVENTI | 20 febbraio 2024, 15:32

Borgosesia, proiezione del docufilm “L’ultimo degli U-boot e l’Angelo di Istanbul”

Alla presenza del regista Vincenzo Pergolizzi.

Borgosesia, proiezione del docufilm “L’ultimo degli U-boot e l’Angelo di Istanbul”.

Borgosesia, proiezione del docufilm “L’ultimo degli U-boot e l’Angelo di Istanbul”.

In collegamento con le manifestazioni organizzate in occasione del Giorno della Memoria, al cinema Lux di Borgosesia l’Istorbive, ANPI, Centro Studi Turcotti, Parrocchia SS. Pietro e Paolo, Collettivo Impegno Attivo, con il patrocinio della Città di Borgosesia, giovedì 15 febbraio, hanno offerto la proiezione del docufilm: “L’ultimo degli U-boot e l’Angelo di Istanbul”, che illustra la storia quasi sconosciuta di salvezza di migliaia di ebrei d’Europa ad opera di Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, quando era Delegato Apostolico a Istanbul, durante gli anni della seconda guerra mondiale.

Alla proiezione era presente il regista e produttore Vincenzo Pergolizzi che, al termine del docufilm, ha parlato di questo lavoro dialogando con Enrico Pagano, Direttore dell’Istorbive e rispondendo alle domande del pubblico.

Il titolo del docufilm: L’ultimo degli U-boot e l’Angelo di Istanbul, presentata al Tertio Millennio Film Fest, fa riferimento agli U-boot, termine tedesco utilizzato per indicare genericamente i sommergibili, nato dall'abbreviazione di Unterseeboot, letteralmente "battello sottomarino", e indica metaforicamente l’operato segreto e pericoloso di Roncalli, definito: “L’angelo di Instanbul” dal Gran Rabbino di Turchia, Ishak Haleva, che lo conobbe da bambino: «La sua immagine mi passa ancora davanti come quando lo vedevo con la sua borsa e io ero uno scolaro. Nel vederlo, non so, percepivo come una luce. Era un Angelo contro il diavolo che dominava il mondo. E a Istanbul la sua luce splende ancora». Angelo Roncalli salvò circa ventitremila ebrei, da Vienna alla Bulgaria, alla Grecia. La sua vicenda è raccontata nel docufilm attraverso tante testimonianze, tra cui quella di Fritz Rubin Britmann, ebreo nato di nascosto in una cantina a Vienna nel 1944. «Grazie a Roncalli - racconta Britmann - mia zia riuscì anche a fare arrivare cibo e beni di prima necessità ai miei genitori, pacchi che giungevano con una rete clandestina, che da Belgrado arrivava al nunzio apostolico di Vienna, attraverso una organizzazione di soccorsi messa in piedi da Roncalli». Naturalmente per il delegato apostolico bergamasco le operazioni di aiuto e salvataggio non erano prive di rischi. Ma qui entrava in gioco la sua straordinaria capacità di intessere rapporti di amicizia e fiducia, persino con “il nemico” o presunto tale. Nella fattispecie una delle più strategiche “alleanze” Roncalli l’aveva stabilita con l’ambasciatore tedesco a Istanbul, Franz von Papen. Gli fu in questo modo possibile agire su diversi fronti, al punto da riuscire anche a far firmare più di ventimila certificati di espatrio per ebrei di passaggio in Turchia dall’Est europeo per arrivare in Terrasanta figurando come pellegrini tedeschi. Grazie alla relazione che Roncalli mandò da nunzio apostolico in Francia al processo di Norimberga, Von Papen, che rischiava di essere giustiziato o condannato, si salvò. Prima di esercitare la sua missione apostolica a Istanbul, Roncalli era stato nunzio in Bulgaria, dove era in ottimi rapporti con re Boris, tanto che grazie al sovrano riuscì a far bloccare dei treni di ebrei arrivati in Bulgaria dall’Ungheria, destinati alla deportazione in Germania. In Grecia firmò falsi documenti e falsi certificati di battesimo per far risultare cattolici migliaia di ebrei. Grazie alla complicità di due consoli italiani (Castruccio e Zamboni) fu organizzato il famoso “treno della salvezza”, il convoglio che trasportò gli ebrei con passaporto italiano da Salonicco ad Atene, nella zona di occupazione italiana.

Pergolizzi conobbe questo aspetto poco noto della vita di Angelo Roncalli attraverso il blog di un giornalista altoatesino. Valeria Martano approfondì le ricerche presso la Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo, istituita nel 2000 per iniziativa del Cardinal Loris Capovilla, che custodisce gli archivi e gli scritti di Monsignor Roncalli, analizzando le agende in cui annotava quotidianamente il suo operato, entrando nella spiritualità di questo bergamasco, di umili origini, che divenne poi Papa Giovanni XXIII. Noto come il «Papa buono», ebbe una statura culturale che non sempre fu adeguatamente apprezzata, né conosciuta: spaziava dalla letteratura - amava particolarmente Dante e Manzoni – alla musica - fine conoscitore di Bach e Beethoven. La sua abilità diplomatica emerse in molte circostanze ed in particolare durante la nunziatura di Parigi, ma soprattutto quella di Giovanni XXIII fu una Cultura di Pace: fece della pace lo strumento del suo apostolato. Angelo Roncalli, durante la permanenza ventennale nel mosaico dell’Oriente, incontrava e dialogava con tutti, sempre mettendo da parte ciò che divide e cercando ciò che unisce, fu in contatto con culture, etnie, religioni diverse, maturò un gusto per l’altro, per l’alterità e la diversità scoprendo un mondo più vasto e meno stereotipato di quella che all’epoca era la visione del cattolicesimo. “Firmare falsi certificati di battesimo per un vescovo in quegli anni non era cosa di poco conto: significava mettere al centro le persone, anteporle alla forma, al dogmatismo, all’integralismo” ha sottolineato Enrico Pagano. I genitori di Isaac Herzog, attuale Presidente di Israele, ebbero contatti con Roncalli, ma la situazione attuale non ha permesso ulteriori approfondimenti.

Lo storico Alessandro Orsi è intervenuto chiedendo al regista se questo mettersi sempre dalla parte degli ultimi fosse dovuto proprio alla formazione di Angelo Roncalli. Pergolizzi ha risposto precisando che: “Gli ultimi erano sempre calati in un preciso momento storico: lui stesso aveva vissuto momenti di grande marginalizzazione nei dieci anni in Bulgaria, in mezzo ad una maggioranza ortodossa, ma quel lume alla finestra significava che la porta era sempre aperta. Vivendo da minoranza, relegato, marginalizzato, ha capito il futuro, ipotizzandolo con il Concilio Vaticano II: per questo è ancora contemporaneo e molte sue intuizioni, come quella dell’imparare a vivere nella pluralità, non si sono ancora tradotte in realtà. Questo lavoro è nato proprio per far conoscere questo uomo di fede e di buona volontà, che ha cambiato i destini della chiesa, ma anche quelli del mondo. Lo criticavano, lo deridevano, ma lui continuava a lavorare per la rete: non c’era operazione di salvataggio che non lo vedesse presente”. Pagano ha concluso la serata ringraziando il regista e ricordando un aneddoto riferito da Don Ermis Segatto nel recente convegno vercellese dedicato a Papa Giovanni, in cui viene ricordato l’incontro di Roncalli con l’ambasciatore sovietico, in piena guerra fredda: “Alludendo al fatto che entrambi erano corpulenti disse: Nous sommes du même Arrondissement, facendo emergere la sua straordinaria capacità di instaurare rapporti umani”.

Nel finale del docufilm, in un’omelia del 1943, Mons. Roncalli parla di “vittime innumerevoli che il mare inghiotte ogni giorno” e di “bombardamenti che recidono e spezzano i tesori più preziosi della civilizzazione” testimonianza di straordinaria attualità oggi in cui il dialogo, e anche la comunione interreligiosa, sembrano essere sempre più un miraggio.

C.S. Piera Mazzone

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