Vercelli, capitale del riso
Per raccontare la storia delle mondine bisogna partire da Vercelli, che tra Otto e Novecento divenne la capitale europea del riso. La sua pianura, solcata da rogge e canali, fu trasformata in un paesaggio unico: risaie allagate a perdita d’occhio, un mare artificiale che rifletteva il cielo e le Alpi sullo sfondo.
Fu qui che si sviluppò la risicoltura intensiva moderna, grazie anche alle grandi bonifiche del XIX secolo e alla costruzione del Canale Cavour (1863–66), che rese possibile un’irrigazione capillare. Le risaie, però, non erano solo uno spettacolo naturale: erano il teatro di una fatica estrema.
La “monda” del riso, ossia il lavoro di estirpare a mano le erbacce infestanti, richiedeva centinaia di donne piegate per ore con le gambe immerse nell’acqua. Lavoravano sotto il sole, tra zanzare e sanguisughe, con i piedi feriti e le mani piagate. La giornata cominciava all’alba e poteva durare fino a dodici ore. Le paghe erano misere: a fine Ottocento una mondina guadagnava circa 1,50–2 lire al giorno, meno di un operaio di fabbrica.
Eppure, dietro quella fatica, c’era anche una dimensione collettiva. Ogni primavera e inizio estate, migliaia di donne partivano da tutta Italia: dal Novarese e dal Vercellese, ma anche dal Veneto, dall’Emilia e dalle colline astigiane. Era un flusso migratorio stagionale che trasformava Vercelli in un crocevia di dialetti, canti e solidarietà femminile.
Le mondine non erano soltanto forza lavoro: erano una comunità mobile, capace di portare cultura, esperienze e legami sociali in un paesaggio che sembrava immobile.
Torino: dalle risaie alle lotte sociali
Se Vercelli rappresentava il braccio, Torino fu la voce. Già alla fine dell’Ottocento, la capitale sabauda era diventata il centro politico e sindacale delle mondine. I racconti di sfruttamento e fatica, riportati dalle campagne, si trasformavano qui in manifestazioni e rivendicazioni collettive.
Uno degli scioperi più significativi si svolse nel 1896, quando centinaia di mondine abbandonarono i campi per chiedere una riduzione dell’orario di lavoro. Seguirono anni di lotte sempre più organizzate, spesso represse con durezza dai proprietari e dalle forze dell’ordine. Nel 1901 ci fu uno sciopero memorabile: oltre 2.000 mondine si riversarono nelle strade, ottenendo per la prima volta un contratto scritto che prevedeva un massimo di nove ore di lavoro giornaliero. Nel 1906 un’altra vittoria: la giornata fu ridotta a otto ore, anticipando conquiste che in altri settori sarebbero arrivate solo dopo la Prima guerra mondiale.
Torino diede voce politica a quelle lotte. I sindacati, i movimenti socialisti e le prime associazioni femminili compresero che le mondine rappresentavano un simbolo potente di emancipazione: donne povere, contadine, che con il loro coraggio riuscivano a piegare padroni e istituzioni.
I loro canti di risaia si trasformarono in inni di protesta. Il più celebre fu “Se otto ore vi sembran poche”, che nacque proprio tra le mondine e si diffuse poi in tutta Italia come canzone di lotta operaia.
Mantova e la voce delle risaie lombarde
Al di là del Po, anche la provincia di Mantova conobbe la risicoltura e il lavoro delle mondine. Le risaie mantovane non avevano la vastità del vercellese, ma il fenomeno ebbe una forte impronta culturale. Qui, le mondine non furono soltanto lavoratrici stagionali: divennero protagoniste della cultura popolare locale, con una tradizione di canti che ancora oggi riecheggia nella memoria collettiva.
Uno dei più noti è “Scior padrun da li beli braghi bianchi”, canto di ribellione che prendeva di mira i padroni arroganti, rappresentati con ironia e sarcasmo. Questi canti erano spesso improvvisati, tramandati oralmente e arricchiti da strofe che parlavano di amori, sogni, ingiustizie. Si cantava lavorando, per alleviare la fatica, ma anche tornando nei casotti la sera, trasformando la sofferenza in un rituale di condivisione.
In questo senso, Mantova rappresenta la dimensione più identitaria e popolare del fenomeno: le mondine come portatrici di una cultura collettiva, che univa fatica, solidarietà e ribellione.
Asti, Alba e le campagne piemontesi
Anche se le colline di Asti e Alba non erano terre di risaie, molte donne di queste zone partivano ogni anno per il vercellese. Erano figlie di contadini poveri, abituate a lavorare nei campi di grano e nei vigneti, che vedevano nella stagione della monda un’occasione per portare a casa qualche soldo.
Le partenze erano veri e propri riti collettivi: gruppi di ragazze che lasciavano i paesi a piedi o su carri, con fagotti e poche cose, dirette verso le pianure. Le famiglie spesso vivevano quei viaggi come un misto di speranza e preoccupazione. Molte mondine erano poco più che adolescenti, e le settimane lontano da casa rappresentavano una sorta di iniziazione alla vita adulta.
Il contesto delle campagne piemontesi e lombarde tra Otto e Novecento era segnato da povertà e precarietà. La monda, pur durissima, rappresentava una delle poche possibilità di guadagno femminile fuori dalla sfera domestica.
Vita nelle risaie: tra fatica e solidarietà
Le condizioni di vita nelle risaie erano spesso drammatiche. Le mondine alloggiavano nei casotti, dormitori collettivi privi di igiene, dove decine di donne dividevano letti di paglia. Le malattie – malaria, infezioni, reumatismi – erano all’ordine del giorno. Nonostante ciò, proprio in quella promiscuità nacque un forte spirito di solidarietà.
Il canto era lo strumento principale di resistenza. Alcuni erano malinconici, altri ironici, altri ancora di protesta. Servivano a coordinare i movimenti, a darsi coraggio, a costruire un senso di appartenenza.
La cultura popolare ha immortalato quella dimensione: il cinema con Riso Amaro (1949), in cui Silvana Mangano divenne l’icona sensuale e tragica delle mondine; la letteratura, con racconti e testimonianze che hanno fissato per sempre la loro immagine di donne forti e indomite.
Un’eredità che parla al presente
Le mondine non furono soltanto manodopera agricola. Furono protagoniste di una rivoluzione sociale: le prime a ottenere la giornata lavorativa di otto ore, le prime a portare le donne al centro di lotte collettive, le prime a mostrare che anche le classi più umili potevano cambiare la storia.
Oggi, le risaie del vercellese e del mantovano conservano quell’eredità. Tra i riflessi d’acqua e le distese di campi, sembra ancora di sentire l’eco di quei cori femminili, che trasformarono il dolore in forza, la fatica in lotta, e la lotta in memoria collettiva.
Le mondine restano un simbolo di emancipazione e giustizia sociale, donne capaci di piegare la terra ma anche di piegare il destino, lasciando un segno profondo non solo nella storia del lavoro, ma nell’anima stessa dell’Italia contadina.
Il nostro gruppo editoriale è presente in tutte le città protagoniste di questo racconto: Vercelli, Torino, Mantova, Asti e Alba, portando notizie, storie e approfondimenti direttamente nei territori e tra le comunità che li animano.











