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EVENTI | 05 maggio 2026, 10:48

Vercelli, al Museo del Tesoro del Duomo presentato il volume di Matteo Moro sulla povertà nel tardo Medioevo

Vercelli, al Museo del Tesoro del Duomo presentato il volume di Matteo Moro sulla povertà nel tardo Medioevo

Vercelli, al Museo del Tesoro del Duomo presentato il volume di Matteo Moro sulla povertà nel tardo Medioevo

L’incontro, promosso dalla Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e dalla Società Storica Vercellese, ha approfondito il tema della carità tra Stato sabaudo e Ducato sforzesco, con gli interventi di Enrico Basso e Federico Alessandro Goria.

La presentazione del volume

Giovedì 23 aprile, al Museo del Tesoro del Duomo di Vercelli, è stato presentato il volume di Matteo Moro dal titolo “Per non havere cosa alcuna al mundo. Povertà e disciplina della carità fra stato sabaudo e ducato sforzesco”, edito da Viella.

L’appuntamento è stato organizzato dalla Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e dalla Società Storica Vercellese, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne.

La Vercelli tardomedievale

A introdurre l’incontro è stata Silvia Faccin, presidente della Società Storica Vercellese, che ha presentato l’autore, membro del Comitato di Redazione del Bollettino Storico Vercellese.

Faccin ha sottolineato come il volume offra un’analisi articolata della vita nella Vercelli tardomedievale, attraverso pagine di microstoria ricche di dettagli capaci di restituire il profilo di un’epoca.

Matteo Moro ha ringraziato i relatori Enrico Basso e Federico Alessandro Goria, ricordando il loro ruolo nella sua formazione insieme a Flavia Negro, e ha richiamato anche il legame con la Società Storica Vercellese, sul cui Bollettino furono pubblicati i suoi primi lavori.

Il dialogo con Basso e Goria

Durante la presentazione hanno dialogato con l’autore Enrico Basso, professore associato di Storia medievale all’Università di Torino, e Federico Alessandro Goria, professore associato di Storia del diritto medievale e moderno all’Università del Piemonte Orientale.

Goria si è soffermato sulla prima parte del volume, dedicata agli interventi istituzionali in favore dei poveri e dei luoghi pii caritativo-assistenziali. Basso ha invece approfondito la seconda parte, centrata sull’identikit del povero e sulla ricostruzione di casi concreti emersi dallo studio del Carteggio sforzesco.

Carità, ordine pubblico e controllo sociale

Uno dei temi centrali emersi nel corso dell’incontro riguarda il ruolo della disciplina comunale nei confronti della povertà. Secondo quanto evidenziato da Goria, le norme non erano finalizzate soltanto all’assistenza caritativa, ma rispondevano anche a esigenze di ordine pubblico, sanitarie ed economiche.

Nel Medioevo i poveri non erano considerati tutti allo stesso modo. I trattamenti potevano variare in base alla condizione sociale, alla provenienza, alla situazione familiare e alla percezione della loro “meritevolezza”. Tra gli esempi citati figurano anche esenzioni fiscali, come l’immunità per chi avesse dodici figli, già prevista negli statuti di Vercelli del 1341.

Negli stessi statuti era previsto anche l’obbligo per medici e giuristi di prestare gratuitamente assistenza nei confronti dei poveri.

Il povero nelle fonti medievali

Basso ha descritto la seconda parte del volume come un vero caleidoscopio, costruito attraverso fonti capaci di restituire aspetti difficilmente rintracciabili nei testi normativi.

Dal Carteggio sforzesco emergono le voci di persone che si rivolgevano al duca per chiedere grazia o sostegno. La povertà, nel tardo Medioevo, poteva essere considerata anche un elemento provvidenziale della società: attraverso le opere di carità, il ricco poteva contribuire alla salvezza della propria anima.

Il volume distingue diverse condizioni di povertà: dai poveri più marginali e socialmente percepiti come pericolosi ai cosiddetti “pauperes pinguiores”, persone che possedevano qualche bene o svolgevano un’attività lavorativa, ma restavano esposte alle crisi economiche e alla fragilità sociale.

Nobili decaduti, donne e bambini abbandonati

Particolare attenzione è dedicata anche ai nobili decaduti, per i quali la povertà rappresentava una forma di umiliazione personale. Mendicare era vissuto come motivo di vergogna, mentre gli Hospitalia apparivano come luoghi alienanti, difficili da abbandonare una volta entrati.

Un caso specifico è quello della povertà femminile, meno documentata ma particolarmente drammatica. Per molte donne, soprattutto in determinati ceti sociali, il matrimonio poteva rappresentare una via d’uscita dall’indigenza, mentre la vedovanza esponeva a una condizione di forte fragilità economica.

Nel libro si parla anche di figli illegittimi, infanticidi e orfani. A Vercelli esisteva l’Ospedale di San Silvestro della Rantiva, o Ospizio dei trovatelli, eretto nel XII secolo e capace di accogliere fino a sedici bambini. Poiché il numero degli abbandoni era elevato, l’amministrazione comunale arrivò a sostenere il mantenimento dei piccoli assumendo e stipendiando delle balie.

Vercelli tra Savoia, Milano e Monferrato

Moro ha spiegato che il suo studio riguarda un ampio territorio, comprendente il Canavese e l’area del Piemonte orientale, dominato nel XV secolo dal Ducato di Savoia, dal Ducato di Milano e, in posizione subordinata, dal Marchesato di Monferrato.

Vercelli entrò nello Stato sabaudo nel 1427, ma il ceto dirigente cittadino conservò spazi di iniziativa e capacità decisionale. Spesso, infatti, erano le comunità locali a intervenire per prime a favore dei poveri e delle persone in difficoltà.

La risposta dei duchi alle richieste di soccorso variava molto in base all’identità del richiedente. Le domande presentate per minori e donne venivano quasi sempre accolte, mentre per militari, amministratori locali e altre categorie l’intervento ducale era più discrezionale.

Povertà, giustizia e fonti da interrogare

Uno dei capitoli più significativi riguarda il rapporto tra povertà e giustizia. Anche il povero era tenuto a risarcire le spese di detenzione, ma chi non possedeva nulla non poteva pagare e doveva comunque essere mantenuto. A Vercelli, la Carità di San Lorenzo si occupava dei carcerati, fornendo alimenti e vestiti.

Moro ha inoltre evidenziato come i carteggi debbano essere letti con cautela: chi si appellava alla grazia ducale non sempre raccontava la verità in modo completo, e poteva ingigantire o manipolare le situazioni.

L’autore ha concluso richiamando l’importanza di interrogare non solo ciò che le fonti dicono, ma anche ciò che tacciono. Il silenzio del duca davanti a molte richieste di soccorso, ha osservato, può essere a sua volta un elemento storico molto indicativo.

c.s. Piera Mazzone - J.B.

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