Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega che affida al Governo il compito di definire le regole per tornare a produrre energia nucleare in Italia. A quasi quarant’anni dal referendum del 1987, il Parlamento avvia un nuovo percorso legislativo, che dovrà precedere le decisioni su impianti, tecnologie e investimenti. La legge non autorizza la costruzione di centrali.
L’Italia, pur avendo rinunciato alla produzione sul proprio territorio, continua ad acquistare elettricità da Paesi che utilizzano il nucleare. Ha inoltre mantenuto attività di ricerca e imprese specializzate, impegnate soprattutto nelle commesse internazionali e nello smantellamento dei vecchi impianti. Un eventuale ritorno alla produzione dovrà partire da queste competenze e dalla formazione del personale necessario.
Dalle prime centrali ai referendum: negli anni Sessanta l’Italia è fra i Paesi che investono nella produzione elettronucleare, arrivando al terzo posto nel mondo occidentale per potenza installata. Fra il 1963 e il 1965 entrano in esercizio commerciale Latina, Garigliano, a Sessa Aurunca, e la centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese, in Piemonte.
Dopo la crisi petrolifera del 1973, il Governo rilancia il programma con l’obiettivo di costruire nuovi impianti. Nel 1981 inizia l’esercizio commerciale di Caorso, in provincia di Piacenza, la più potente delle quattro centrali italiane. Viene avviata anche la costruzione di un quinto impianto a Montalto di Castro, nel Lazio.
L’incidente di Chernobyl, il 26 aprile 1986, alimenta il dibattito sulla sicurezza. L’8 e 9 novembre 1987 gli italiani approvano nettamente tre quesiti referendari che abrogano disposizioni relative al settore, senza introdurre un divieto generale di produzione nucleare. Le successive decisioni politiche portano all’abbandono del programma.
Le fermate degli impianti e le decisioni di chiusura avvengono in momenti diversi. Caorso non viene più riavviata dopo la sosta per il rifornimento dell’ottobre 1986; Latina e Trino cessano la produzione nel 1987. Nel 1990 viene decisa la chiusura definitiva di Trino e Caorso. Il Garigliano era invece fermo dal 1978 e definitivamente disattivato dal 1982. I lavori della centrale nucleare di Montalto di Castro vengono interrotti e il sito viene riconvertito alla produzione da combustibili fossili.
Fra il 2008 e il 2010 il Governo tenta un rilancio attraverso nuovi interventi legislativi, fra cui la legge 133/2008 e il decreto legislativo 31/2010, che disciplina la localizzazione e la realizzazione degli impianti. In quel periodo viene prevista anche un’Agenzia per la sicurezza nucleare.
L’incidente di Fukushima dell’11 marzo 2011 precede di pochi mesi il secondo referendum. Il voto di giugno interrompe il nuovo programma. Quindici anni dopo, la delega del 2026 riavvia il percorso normativo.
L’interruzione della produzione ha creato una discontinuità soprattutto nell’esperienza di costruzione e conduzione delle centrali. A distanza di decenni, un nuovo programma richiederebbe il ricambio del personale che lavorava negli impianti e l’addestramento di operatori di sala controllo, manutentori e tecnici.
La chiusura delle centrali ha inoltre ridotto gli sbocchi italiani direttamente legati alla produzione elettrica nucleare. La formazione universitaria è però proseguita, insieme alla ricerca e alle attività industriali.
ENEA e le università del consorzio CIRTEN hanno continuato a sviluppare competenze sulla fissione, sulla fusione, sulla sicurezza e sulla radioprotezione. Ansaldo Nucleare ha lavorato su commesse internazionali, dallo smantellamento di impianti esteri alla fornitura di componenti per ITER, il progetto sperimentale di fusione in Francia.
In Italia proseguono lo smantellamento e la messa in sicurezza delle quattro vecchie centrali, affidati a Sogin. Queste attività impiegano specialisti nella gestione dei materiali radioattivi e nella radioprotezione.
Il Paese ha quindi conservato ricerca e capacità produttive, ma dovrebbe rafforzare le professionalità necessarie ad autorizzare, costruire e far funzionare nuovi impianti sul territorio nazionale.
La legge delega
Una legge delega stabilisce principi e criteri che il Governo deve tradurre in decreti legislativi. In questo caso, il termine ordinario è di dodici mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, con le proroghe previste dalla procedura parlamentare. Il voto del Senato non consente dunque, da solo, di aprire un cantiere.
La legge riguarda produzione e utilizzo dell’energia nucleare, ciclo del combustibile, gestione dei rifiuti radioattivi e smantellamento degli impianti. Prevede un programma nazionale e il riordino delle competenze in materia di sicurezza, anche valutando l’istituzione di un’autorità amministrativa indipendente. Comprende inoltre la ricerca e lo sviluppo della fusione.
Non individua una singola tecnologia. Richiama il principio della neutralità tecnologica e comprende soluzioni modulari e avanzate: le scelte dovranno essere definite attraverso le successive regole e i progetti industriali.
Fra gli obiettivi dichiarati dal Governo e dai sostenitori del rilancio figurano la riduzione delle emissioni per rispettare gli impegni di decarbonizzazione al 2050, una minore dipendenza energetica dall’estero e lo sviluppo della filiera nazionale. La formazione e la ricerca rientrano fra gli strumenti previsti per sostenere il programma.
Come si produce l’elettricità
Una centrale nucleare utilizza il calore per produrre vapore, che aziona una turbina collegata a un generatore elettrico. Lo stesso passaggio attraverso il vapore viene impiegato nelle centrali a carbone e in una parte del processo delle centrali a gas a ciclo combinato. Cambia la fonte del calore.
Con i combustibili fossili, il calore deriva dalla combustione, che libera anche anidride carbonica. Nel reattore nucleare viene invece prodotto dalla fissione: la divisione dei nuclei di alcuni atomi pesanti, generalmente di uranio, provocata dall’interazione con neutroni. La reazione viene controllata all’interno dell’impianto.
Il combustibile nucleare ha un’elevata densità energetica. Per darne un ordine di grandezza, la European Nuclear Society indica che la fissione completa di un chilogrammo di uranio-235 libera un’energia equivalente a circa 2,7 milioni di chilogrammi di carbone equivalente. Il dato riguarda uno specifico isotopo e la sua fissione completa, non un chilogrammo del combustibile arricchito normalmente impiegato nelle centrali.
Un impianto può quindi produrre molta energia con una massa relativamente ridotta di combustibile e un’occupazione di suolo contenuta rispetto all’elettricità generata. Può funzionare per mesi, senza dipendere dall’alternanza fra giorno e notte o dalla presenza di vento, pur richiedendo soste per manutenzione e rifornimento.
Durante la produzione non vi sono emissioni di CO₂ da combustione; restano quelle associate alle altre fasi del ciclo, dall’estrazione del combustibile alla costruzione e allo smantellamento.
La fissione genera però materiali radioattivi che devono essere trattati, custoditi e isolati secondo la loro pericolosità e i tempi di decadimento. La gestione di questi rifiuti è una responsabilità che prosegue dopo la cessazione della produzione.
Solare ed eolico producono quando le condizioni lo consentono, non necessariamente quando la domanda è maggiore. Fabbriche, ospedali, treni e abitazioni consumano invece elettricità durante tutta la giornata, con variazioni legate agli orari e alle temperature.
Per compensare la variabilità servono accumuli, reti, scambi con l’estero, gestione dei consumi e fonti programmabili. In Italia contribuiscono soprattutto le centrali a gas e gli impianti idroelettrici dotati di capacità di regolazione. Gli accumuli, pur in sviluppo, non sostituiscono ancora l’insieme delle altre risorse necessarie alla continuità della fornitura.
È in questo sistema che i sostenitori del nucleare ne collocano il contributo: una produzione programmabile da affiancare alle rinnovabili.
L’Italia utilizza già indirettamente elettricità nucleare attraverso le importazioni. Una volta immessa nella rete, tuttavia, l’energia non viaggia su linee distinte secondo la fonte.
In Francia il nucleare ha fornito nel 2024 circa due terzi della produzione elettrica. Il Paese esporta parte della propria energia anche verso l’Italia, in funzione della disponibilità degli impianti, della domanda, dei prezzi e della capacità delle interconnessioni.
Queste condizioni possono cambiare. Nel 2022, con la ridotta disponibilità delle centrali nucleari, la Francia è diventata importatrice netta su base annua. Ha però mantenuto un saldo esportatore verso l’Italia: la crisi del sistema francese non ha comportato l’azzeramento delle forniture al nostro Paese.
La disponibilità di personale qualificato è una condizione necessaria per progettare, autorizzare e gestire le centrali. La delega include espressamente tecnici, ricercatori, ingegneri e fisici e prevede il potenziamento della formazione universitaria e postuniversitaria, in collaborazione con enti di ricerca e imprese. Il riferimento ai fisici è stato inserito durante l’esame parlamentare.
Le professionalità coinvolte comprendono:
- Ingegneri nucleari, energetici, meccanici, elettrici e civili, per progettazione, analisi di sicurezza, costruzione e gestione.
- Fisici, per lo studio dei reattori, la dosimetria e le misure delle radiazioni. Anche la fisica medica dispone di competenze utili nella dosimetria e nella radioprotezione, con responsabilità e qualifiche specifiche.
- Esperti di radioprotezione, figure regolamentate che controllano l’esposizione dei lavoratori e della popolazione.
- Operatori di sala controllo e tecnici di impianto, per conduzione, manutenzione, strumentazione e automazione.
- Ispettori e personale degli organismi di controllo, per valutazione dei progetti, vigilanza e verifiche.
- Specialisti nella gestione dei rifiuti e nello smantellamento, competenze già utilizzate negli impianti italiani.
- Chimici e scienziati dei materiali, per combustibile, corrosione e materiali resistenti alle radiazioni e alle alte temperature.
- Specialisti digitali e industriali, per robotica, simulazione, intelligenza artificiale applicata, sicurezza informatica, qualità e certificazione delle forniture.
I percorsi cambiano secondo il ruolo. Licei scientifici e istituti tecnici e professionali forniscono le basi in matematica, fisica, chimica, meccanica, elettrotecnica, automazione e informatica. Gli ITS Academy, attraverso percorsi biennali o triennali collegati alle imprese, possono contribuire alla preparazione dei tecnici.
Per ingegneri e fisici, la formazione passa dalle lauree triennali e magistrali in ingegneria nucleare, energetica, fisica o discipline affini. Seguono, secondo le attività, master, dottorati, corsi di specializzazione, scuole di radioprotezione ed esperienza in laboratori e reattori di ricerca.
Per le mansioni che lo richiedono, il titolo di studio deve essere accompagnato da abilitazioni, addestramento su impianti o simulatori e aggiornamento continuo. Diversi Paesi prevedono licenze individuali per gli operatori; il nuovo programma italiano dovrà definire i requisiti applicabili alla conduzione delle centrali.
A questi percorsi si aggiungono la riqualificazione di lavoratori provenienti dall’energia, dal petrolio e gas, dalla meccanica di precisione e dalla chimica, oltre alla collaborazione con Paesi di lunga esperienza nel settore.
La preparazione richiede tempo. Il percorso ordinario di laurea triennale e magistrale dura cinque anni; l’addestramento per le funzioni operative ha tempi differenti secondo la mansione. Se l’obiettivo resta avere i primi reattori in servizio a metà del prossimo decennio, università e formazione tecnica devono organizzarsi prima. Servono finanziamenti continuativi, docenti, laboratori e prospettive professionali sufficientemente stabili per chi sceglie questi studi.
La filiera industriale
La costruzione e l’esercizio di una centrale coinvolgono progettisti, produttori di componenti, imprese edili, fornitori di servizi e ricerca. Per questo le ricadute industriali e occupazionali occupano una parte rilevante del dibattito.
Lo studio Edison-Ansaldo Nucleare-TEHA Group del 2024 ha individuato 70 aziende italiane specializzate: 17 nei grandi componenti, 13 nell’ingegneria e 13 nella strumentazione, seguite da materiali e forgiatura, montaggio, imprese incaricate della realizzazione complessiva degli impianti, smaltimento, valvole e tubazioni. Il fatturato riconducibile alle attività nucleari era stimato, per il 2022, in 457 milioni di euro, con circa 2.800 occupati sostenuti.
L’Associazione Italiana Nucleare indica oggi circa cento imprese italiane già attive sui mercati internazionali del settore.
Fra le iniziative figura Nuclitalia, costituita nel maggio 2025 da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, con quote rispettivamente del 51, 39 e 10 per cento. La società studia le tecnologie dei piccoli reattori raffreddati ad acqua e le condizioni per il loro impiego nel sistema italiano. Nella memoria presentata alla Camera ha indicato novembre 2026 come termine previsto per la selezione tecnologica finale e descritto una banca dati di circa 800 imprese della filiera nazionale.
Ansaldo Nucleare mantiene attività nella progettazione, nei componenti, nello smantellamento, nella fusione e nello sviluppo dei piccoli reattori.
Edison ed EDF, con Nuward, hanno presentato un programma europeo per una prima serie di dieci reattori modulari. Il progetto prospetta investimenti superiori ai dieci miliardi di euro, con iniziative in Francia e Italia e interlocuzioni con Polonia, Belgio e Finlandia. L’avvio delle costruzioni è indicato dal 2030, mentre Edison pone il 2035 come obiettivo per il primo impianto italiano: sono scadenze industriali, subordinate alle condizioni tecniche, economiche e autorizzative.
Nella cooperazione formalizzata a giugno figurano imprese come Walter Tosto, Saipem, Simic, Tectubi Raccordi e Webuild.
Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori di nuova generazione, ha avviato collaborazioni con Fincantieri, Danieli, RINA, Tosto Group e NextChem, del gruppo Maire. Gli accordi riguardano applicazioni e attività industriali differenti, dalla propulsione navale alla siderurgia, dai componenti ai servizi di ingegneria.
La ricerca comprende ENEA, le università del consorzio CIRTEN, il progetto DTT a Frascati e il consorzio RFX di Padova.
Le commesse interesserebbero costruzioni e ingegneria civile, dagli scavi alle opere in cemento armato e alle infrastrutture di accesso; meccanica pesante e siderurgia, con forgiature, recipienti in pressione, generatori di vapore e acciai speciali; componentistica, con valvole, pompe, tubazioni, raccordi e sistemi di controllo.
Si aggiungono ingegneria, certificazione, collaudi, manutenzione, trasporto e trattamento dei rifiuti, stoccaggio e smantellamento. Automazione, sicurezza informatica e simulazione accompagnano queste attività. Nei territori interessati dai cantieri entrerebbero inoltre in gioco alloggi, ristorazione, trasporti e logistica.
I decreti dovranno definire il programma nazionale, le procedure per localizzazione, costruzione ed esercizio, la gestione dei rifiuti e l’organizzazione dei controlli. A queste regole dovranno seguire progetti con tecnologie, costi e finanziamenti definiti.
Il nucleare offre una produzione programmabile a basse emissioni di gas serra, ma richiede investimenti iniziali elevati, tempi di realizzazione lunghi e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il suo eventuale contributo al sistema italiano dipenderà dal rispetto dei tempi e dei costi, dalla sicurezza e dalla capacità di costruire un consenso duraturo.
La preparazione delle persone e il lavoro delle imprese sono parte di questa valutazione. Senza formazione adeguata e una filiera capace di sostenere i progetti, i benefici economici attesi non potranno essere raggiunti. Nel frattempo, la transizione energetica richiede di proseguire lo sviluppo delle rinnovabili, delle reti elettriche e dei sistemi di accumulo.











