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Copertina | 01 dicembre 2025, 00:00

Manuel Gambarini: l'uomo, l'atleta e il cuore della Monte Rosa Skymarathon

Manuel Gambarini: l'uomo, l'atleta e il cuore della Monte Rosa Skymarathon

Classe 1977, è una delle figure più riconoscibili del panorama dello skyrunning valsesiano. Nato a Borgosesia e cresciuto a Mosso Santa Maria (oggi Valdilana), si è trasferito ad Alagna a vent’anni per lavoro e lì ha trovato la sua casa, la sua famiglia e la montagna che lo accompagna da sempre. Con una compagna di vita “molto paziente”, come la definisce lui, e papà di due bambini di 9 e 4 anni, Manuel lavora da 28 anni per una grande impresa di costruzioni.

La sua vita è una lunga traccia di sentieri, fatica, neve e passione: iniziata a sei anni con un trekking al Rifugio Vittorio Sella, continuata con i corsi CAI di arrampicata, alpinismo e sci alpinismo, fino alle prime gare a 17 anni.

In questa intervista ci racconta la sua storia, il suo legame con la montagna e il ruolo centrale nella Monte Rosa SkyMarathon, la gara più alta d’Europa.

Manuel, partiamo da te: quanto ha influito il luogo in cui sei cresciuto sulla persona e sull’atleta che sei diventato?

La montagna mi accompagna da sempre: ho iniziato a 6 anni con un trekking al Rifugio Vittorio Sella, poi con il CAI di Mosso ho seguito i primi corsi di arrampicata, alpinismo e sci alpinismo. A 17 anni sono arrivate le prime corse in montagna e le prime gare di sci alpinismo. Crescere in questi luoghi ti plasma: la fatica, il ritmo della natura, la verticalità… tutto lascia un segno profondo.

Come sono stati i tuoi primi passi nella corsa in montagna? E quando hai capito che il trail d’alta quota sarebbe diventato la tua strada?

Ho iniziato con gare brevi nel GSA Pollone, poi nel GSA Valsesia ho capito che la corsa “pura” in montagna mi stava stretta. Nel 1998 ho iniziato a cercare gare più lunghe e tecniche: Trofeo Kima, Trofeo 4 Luglio, Cervinia Skymarathon, fino alla straordinaria Skyski Monte Bianco, dove si correva e poi si saliva con gli sci d’alpinismo. Molte di queste gare, per la complessità organizzativa, hanno avuto poche edizioni. Lo sci alpinismo agonistico, che ho praticato per 25 anni, mi ha dato tantissimo: soprattutto il Mezzalama, 10 partecipazioni (9 concluse), dove non contano solo gambe e polmoni, ma anche meteo, neve e rischio valanghe.

Fuori dallo sport, quali passioni ti tengono in equilibrio?

Prima di tutto famiglia e lavoro. Non avendo più il tempo e il fisico per gli allenamenti di una volta, mi dedico all’organizzazione di gare e alla gestione, con un gruppo di amici, dello Ski Team Valsesia, che segue l’agonistica di sci alpino, sci alpinismo e la pista di fondo di Riva Valdobbia.

Qual è stata la difficoltà più grande del tuo percorso sportivo? E cosa ti ha insegnato?

Gli infortuni fanno parte del gioco. Io ne ho avuti un paio, e il secondo mi ha fermato a lungo. Da lì sono passato alla bici, sia BDC che MTB, altrettanto faticose e divertenti. Lo sport insegna una cosa fondamentale che vorrei trasmettere ai giovani: se sei abituato all’allenamento, alla fatica, alla costanza, ai sacrifici, impari a non arrenderti mai — né nelle gare né nella vita quotidiana.

Come nasce la Monte Rosa SkyMarathon?

La Monte Rosa SkyMarathon nasce nel 1990 con tre edizioni ideate da Marino Giacometti, inventore dello skyrunning. Poi fu sospesa per problemi organizzativi. Noi l’abbiamo recuperata nel 2018, dopo anni di riflessioni. Solo nel 2020 ci siamo fermati per il Covid. A giugno 2026 celebreremo l’ottava edizione.

La Monte Rosa SkyMarathon è una gara unica: Alagna–Capanna Margherita–Alagna, oltre i 4.500 metri. Cosa rappresenta per te?

È l’essenza dello skyrunning. Si parte dal centro di Alagna, si raggiunge la vetta del Monte Rosa e si torna giù: paesaggi incredibili, passaggi tecnici, quota impegnativa. È una gara difficilissima da organizzare, ma la passione comanda la testa e la testa guida il corpo.

Come si preparano gli atleti ad una gara così estrema?

Una gara come la Monte Rosa SkyMarathon va preparata allenandosi sopra i 3000–3500 metri. Non basta correre tanti chilometri. Oltre certe altitudini il respiro cambia, il freddo si fa sentire, la stanchezza aumenta. Nonostante “solo” 35 km, i 3500 metri di dislivello positivo si sentono eccome.

Quanto è fondamentale il lavoro delle guide alpine e dei soccorritori?

Fondamentale. Tracciatura, palinatura e corde fisse sono affidate alle Guide Alpine, gli unici professionisti preparati per questo lavoro. A loro si aggiungono volontari del Soccorso Alpino, sanitari, infermieri, Croce Rossa, SAV, forze dell’ordine. Senza questa squadra, la gara non esisterebbe.

La gara si corre a coppie. Come cambia mentalmente e fisicamente?

È rarissimo nello skyrunning, molto più comune nello sci alpinismo. Qui è una scelta di sicurezza: dal Colle di Indren alla Capanna Margherita si corre legati.

È difficile trovare la giornata perfetta per entrambi, e capita che una coppia si ritiri per il malessere di uno dei due. Succede, fa parte dello sport.

Quest’anno 500 atleti da 28 nazioni. Cosa provi nel vedere Alagna al centro del mondo per un weekend?

È la bellezza della gara: far conoscere Alagna, il Monte Rosa, la Valsesia. Quest’anno sono arrivati atleti persino dal Giappone e dal Brasile. La soddisfazione più grande è quando, al traguardo, dal primo all’ultimo, ti ringraziano per l’esperienza vissuta.

Il percorso è durissimo. Qual è il passaggio che, secondo te, misura davvero il carattere di un atleta?

Due punti: il canalino della Gnifetti, in salita e in discesa l’ultimo pendio verso la Capanna Margherita. Anche chi ci è già passato cento volte arriva con il fiato corto… e le lacrime agli occhi.

Che atmosfera si respira in partenza accanto a fuoriclasse come Piuk o Boffelli?

Willy (Boffelli) è ormai un’icona, Tad Piuk un grande atleta e una grande persona. Nel 2018 c’erano anche Kilian ed Emilie. Il livello è altissimo ma questa gara non è per tutti: è per specialisti veri.

Il pubblico arriva fino a Punta Indren. Riesci a sentirlo anche oltre i 4000 metri?

Negli ultimi anni, grazie a Monterosa 2000 e ATL, il pubblico è cresciuto moltissimo. A Punta Indren sembra di entrare in uno stadio: campanacci, incitazioni, un tifo commovente. Gli alpinisti lasciano spazio ai corridori e li incoraggiano. È la prova che sport e montagna possono convivere.

Quanto è importante per te essere ambasciatore della Valsesia?

È tutto. La gara è anche promozione del territorio, cultura di montagna, turismo sostenibile. Se la Valsesia cresce con un turismo rispettoso, si creano posti di lavoro veri. Quest’anno ho ricevuto al CONI il riconoscimento come “Ambasciatore dello Sport e del Sociale”: un onore enorme per me e per la valle.

Il futuro dei ghiacciai preoccupa. Cosa hai notato cambiando stagione dopo stagione?

La responsabilità è altissima. Per questo, grazie a un bando della Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte, abbiamo ottenuto la certificazione ISO 20121 nell’ambito del progetto Sustainevents. Stiamo lavorando per rinnovarla nel 2026.

Un consiglio a un giovane che sogna di correre un giorno la "corsa più alta d’Europa"?

Semplice e fondamentale: un corso base di alpinismo con il CAI o con le Guide Alpine. Prima di mettere piede su un ghiacciaio bisogna sapere come muoversi, sempre.

 

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