Cresciuta ad Alagna, con la montagna come scuola di vita prima ancora che come ambiente sportivo, Emy Mondinelli ha costruito il suo percorso tra disciplina, sacrifici e una forte identità valsesiana. Nel suo racconto ci sono le radici, il legame con la famiglia, il peso e la bellezza dello sport ad alto livello, ma anche la consapevolezza di essere ancora all’inizio di un cammino che vuole portarla sempre più in alto.
Sei cresciuta ad Alagna, in un luogo dove la montagna non è solo sfondo ma vita quotidiana. Che carattere ti ha costruito questo ambiente?
Mi ha insegnato tantissimo ad aiutare gli altri e anche a farmi aiutare. In un paese piccolo come Alagna ci si dà sempre una mano, ed è una cosa che per me è sempre stata naturale. Mi ha insegnato anche a non patire i viaggi, a essere elastica con gli orari e ad adattarmi più facilmente.
Essere figlia di Silvio Mondinelli lo hai vissuto più come stimolo, responsabilità o normalità?
In realtà come una normalità. Da bambina sapevo che mio papà aveva fatto tutti gli Ottomila, ma per me era semplicemente una cosa normale. Non l’ho mai vissuta come un peso.
Quando hai capito che lo sci sarebbe diventato la tua strada?
L’ho sempre voluto. Da bambina dicevo sempre che da grande avrei fatto la Coppa del Mondo. Guardando indietro non era per niente scontato, ma io ci ho sempre creduto.
Oggi gareggi in slalom e gigante. In cosa ti rappresentano queste due discipline?
Lo slalom mi rappresenta nella precisione, perché nella vita sono molto precisa, mi piace fare le cose bene e con ordine. Il gigante invece mi aiuta a lasciarmi andare un po’ di più, a rischiare, a essere meno rigida. Sono due lati che mi aiutano a stare in equilibrio.
Nel tuo percorso quanto conta il talento e quanto il lavoro quotidiano?
Il talento aiuta, ma non basta assolutamente. A certi livelli ci arrivi con il lavoro duro, con l’allenamento, con la voglia di non mollare mai anche nei momenti difficili. La forza di volontà conta tantissimo.
La montagna insegna anche il rispetto del tempo e dell’attesa. È una lezione che ti porti dietro anche in gara?
Sì, perché spesso dobbiamo aspettare tantissimo prima di partire e devi essere brava a mantenere la calma, a restare concentrata e pronta quando arriva il tuo momento.
Nel 2024 hai conquistato il primo podio in Coppa Europa e poi la prima vittoria. Che cosa ti hanno lasciato?
È stato un momento bellissimo, anche se molto strano, perché due settimane dopo mi sono rotta il crociato. Quindi quasi non sono riuscita a godermelo davvero. Però mi hanno fatto capire che in Coppa Europa posso stare a buon livello.
Che ricordo hai del debutto in Coppa del Mondo a Levi nel 2023?
È stato il sogno della bambina che si realizzava. Me lo sono goduto tantissimo, il pubblico, l’emozione, il fatto di essere lì. È stato un punto di partenza importantissimo.
A Åre, nel marzo 2026, hai ottenuto il tuo miglior piazzamento in Coppa del Mondo. In quel momento cos’hai provato?
Soprattutto soddisfazione, perché venivo dall’infortunio e avevo faticato tantissimo. In quel momento mi sono sentita davvero fiera di non avere mollato. Poi dopo pochi giorni è tornata anche la fame di fare ancora meglio.
Nei giorni storti come rimetti insieme testa, fiducia e concentrazione?
Con l’aiuto delle persone che ho vicino. La mia famiglia, mio fratello, mia mamma, i miei amici. Mi aiutano anche senza parlare sempre di sci, e questa cosa per me è fondamentale.
Quando ti guardi dentro, che cosa vedi davvero?
Vedo la mia bambina, quella che vede tutto bello e tutto positivo. In gara sono competitiva, certo, ma nella vita mi piace essere solare. Quando non lo sono, sto peggio.
Quanto è importante per te restare legata ad Alagna e alla Valsesia?
Tantissimo. Alagna la porto sempre con me, anche sul casco. E poi porto con me le amiche, le telefonate, il paese, il cibo di casa. È una parte di me che resta sempre presente, ovunque vada.
Gareggiare con le Fiamme Gialle e lavorare in squadra che cosa ti ha insegnato?
Mi ha fatto crescere molto, perché capisci che questo è davvero il tuo lavoro e che tutti lavorano per aiutarti a fare risultato. Ma mi ha anche insegnato che, anche in uno sport individuale, il gruppo conta tantissimo.
C’è una fragilità dello sci agonistico di cui si parla ancora troppo poco?
Sì, tutta la parte mentale. Siamo sempre sotto pressione, sempre in viaggio, spesso lontani dalla famiglia. Non è facile stare sempre al top e secondo me di questo si parla ancora troppo poco.
Ti senti già arrivata a capire chi sei oppure sei ancora in costruzione?
Secondo me sono ancora all’inizio. So dove vorrei arrivare, ma ogni anno cambio, conosco cose nuove, capisco altre cose della vita. Sento di essere ancora in piena crescita personale.
Che cosa diresti oggi a una bambina valsesiana che sogna in grande?
Le direi che la Valsesia è bellissima e resterà sempre il suo posto del cuore, ma che il mondo è troppo bello per fermarsi lì. Le direi che dovrà fare tanti sacrifici, ma che ne varrà la pena, perché lo sport ti restituisce qualcosa di enorme.












