Silvia, partiamo da lei: come si presenterebbe a chi non la conosce ancora?
Io dico sempre che “sono una maestra di montagna”, perché il mio lavoro è ed è sempre stato inserito nella storia, nella cultura e nel territorio in cui vivo; inoltre dico sempre che “faccio l’allevatrice” perché mi piace essere ogni giorno, 365 giorni l’anno a contatto con la terra in cui vivo, portando avanti le tradizioni della gente della valle: raccogliere legna e scaldarmi con la stufa, avere un piccolo gregge e le galline, farmi il formaggio, ecc.
Quando ha capito che l'insegnamento sarebbe stato la sua strada?
Quando studiavo all’università a Milano mi sarebbe piaciuto diventare archivista…poi tornata in valle, ho provato a iscrivermi nelle graduatorie per le supplenze e ho fatto la mia prima supplenza a Fobello, per circa 10 giorni. Allora c’era ancora la scuola infanzia a Fobello. Ho capito subito che quello sarebbe diventato il mio lavoro perché fu bellissimo! Feci supplenze varie su e giù per la valle. Insegnare era ed è meraviglioso. Così ho partecipato al concorso venuto dopo e, passato il concorso, nel 1997 sono passata di ruolo.
Che bambina era lei a scuola, e quanto di quella bambina ritrova oggi nei suoi alunni?
Ricordo le mie difficoltà in matematica, ma anche con piacere la maestra Silvia Guala che ci portava in giro sul fiume, i teatri scolastici, i miei compagni e poco altro. Quando ho capito, verso i 16 anni, perché avevo avuto difficoltà in matematica, ho cambiato il mio modo di approcciarmi a quella disciplina, e quello che ho sperimentato su di me, mi ha aiutato a comprendere come intervenire nelle difficoltà dei miei alunni nel lavoro quotidiano.
C'è un incontro, un maestro o un momento della sua vita che ha inciso in modo particolare sul suo modo di insegnare?
Certamente tante esperienze fatte con le supplenze nella scuola infanzia, dove manipolazione e esperienze pratiche sono privilegiate e poi i primi anni di scuola con colleghe fantastiche: il primo anno in una piccola scuola della Val Sessera a Portula, con la maestra Duria che mi ha sempre lasciato spazio per sperimentare, e poi i primi anni di scuola in Valsesia: tre a Piode e tre a Boccioleto con la mia collega Angela Regis: percorsi fantastici, tanta collaborazione fra noi, il lavoro con le pluriclassi e la gioia di scoprire insieme, alunni e maestre.
Che cosa significa per lei essere maestra oggi, in un tempo in cui la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma anche ad ascoltare e accompagnare? Prima di tutto secondo me quello che deve fare una maestra a scuola è osservare: ogni bambino è diverso, non sono io che devo fare qualcosa ma io che devo osservare come ogni bambino risponde alle mie proposte: sulla faccia dei bambini si legge tutto. E sono puliti a quell’età, sinceri.
Lei insegna in montagna, in una valle come la Valsesia: che cosa rende speciale fare scuola qui?
Beh, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo su cui lavorare: eventi speciali, persone che fanno lavori che stanno scomparendo, turismo, una natura meravigliosa…non ho mai fatto percorsi uguali più volte. Fino a qualche anno fa collaboravamo tanto fra scuole dell’alta valle con progetti comuni, oggi un po’ meno ma ugualmente sempre con percorsi diversi: per esempio l’anno scorso lo studio dell’arte dei muretti a secco, patrimonio Unesco, sparsi ovunque e che sono un mondo da scoprire; quest’anno ho tenuto come filo conduttore la parola “equilibrio”. Anche quello si cerca o si trova ovunque.
Quali sono le difficoltà più concrete dell'insegnare in un territorio di montagna, tra distanze, piccoli numeri e comunità distribuite?
Il taglio continuo dei docenti alle scuole di montagna. Quando ho cominciato a Piode nel 1999 eravamo due insegnanti con cinque classi e sedici bambini. Oggi ad Alagna abbiamo trenta bambini, due insegnanti e mezzo: risorse umane dimezzate. L’Unione montana viene incontro con dei fondi stanziati dalla regione per dividere le pluriclassi facendo ore in più, ma solo se le fanno le insegnanti presenti: quando possono farle le ore in più se sono già sempre presenti a scuola? E poi le difficoltà di lavorare magari con tre classi diverse e avere bambini con bisogni speciali o con difficoltà di attenzione: servirebbe qualcuno in aiuto in classe, infatti ho colto al volo le richieste di studentesse universitarie che hanno chiesto di fare le loro ore con me: ma succede raramente che qualcuno chieda di venire ad Alagna!
E qual è invece la bellezza più grande del rapporto con i bambini e con le famiglie in una realtà come questa?
Il fatto che si passino insieme tantissime ore permette di conoscersi molto bene, e di crescere insieme. E’ sempre stato così. Ora una mia alunna del primo ciclo fatto a Scopello, il mio paese di residenza, sta diventando maestra, un fior fiore di maestra, e sono molto felice. Le famiglie devono fidarsi e non è sempre facile. Per esempio quest’anno ho progettato una gita di 3 giorni e siamo andati a piedi da Rassa ad Oropa coi bambini più grandi, in equilibrio con la natura. E’ stata una bella esperienza ma se le famiglie non avessero acconsentito non avremmo potuto metterla in pratica.
In una scuola di valle il legame con il territorio entra anche nella quotidianità educativa. Quanto conta far crescere i bambini consapevoli del luogo in cui vivono?
Moltissimo. Appena possono le famiglie oggi, vanno altrove, in vacanza, in viaggio. Invece il ns territorio è meraviglioso e ricchissimo. Io lavoro con quello: scuola all’aperto, gite in montagna, teatri, mostre aperte al pubblico su argomenti più diversi. Non c’è limite alla fantasia.
Accanto alla scuola, c'è il suo impegno nell'integrazione. Come è nato questo percorso e da quale bisogno concreto è partito?
Ho cominciato anni fa facendo dei corsi di italiano per stranieri che avevano cominciato ad abitare in alta valle: badanti dal sud America o dall’est Europa, imprenditrici del nord Europa che avevano aperto qui un attività…poi anni dopo, nei primi giorni di marzo del 2016 hanno aperto un Cas a Scopa; tempo due giorni ci sono entrata e ho detto “Io sono una maestra. Posso venire a insegnare loro l’italiano”...c’erano diciotto occhi che mi guardavano mentre parlavo con l’assistente della cooperativa. Dal giorno dopo ho cominciato con cinque incontri a settimana di 1h e mezza, 2 ore. I primi nove arrivati arrivavano da un centro enorme fuori Roma, Castelnuovo di Porto; quando l’hanno chiuso ne hanno parlato anche nei telegiornali…erano in Italia da 2 anni e nessuno parlava italiano, nessuno li aveva mai considerati.
Dopo tre mesi, a giugno alcuni erano pronti per dare l’esame di italiano…peccato che fossi fuori dai “circuiti definiti” e non lo fecero fare a nessuno. I corsi ufficiali della cooperativa non erano ancora cominciati. Ad agosto il primo ragazzo cominciò a trovare lavoro, da lì in poi piano piano cominciarono tanti, nei ristoranti della zona. E poi fecero gli esami, presero la patente, in mezzo a mille difficoltà: nel marzo 2017 il “Team Africa” partecipò alla Mera’s cup, la gara di bob: salirono alla ribalta nazionale paragonati alla mitica squadra giamaicana che partecipò alle Olimpiadi e su cui fu girato anche un film (lo feci vedere loro prima di portarli a Mera). Poi vennero i tornei di calcio, tre giovani inseriti nelle giovanili della Dufour e quando il Cas chiuse, molti rimasero qui, affittando le case e, piano piano, ora stanno cominciando ad arrivare mogli e figli. A Scopello ci sono tre bambini piccoli in più. Questa è una ricchezza.
Che cosa ricorda dei primi incontri con i ragazzi e le famiglie arrivati da Paesi lontani?
I primi arrivati per la maggior parte arrivavano dal Malii…io anni prima avevo pensato di andare in Mali in vacanza ad arrampicare…invece il Mali arrivò da me. Cene, esperienze, grandi amicizie, rispetto. Ero molto felice di poter fare qualcosa per loro e loro venivano ad aiutarmi con i miei animali e a far fieno con me. Ancora oggi festeggiano nella mia casa in montagna, dove si trovano una volta all’anno. Sanno coltivare la terra, allevare animali, le loro zone del Mali sono terre rurali, i loro forni sono simili ai forni delle antiche comunità walser…non è stato difficile creare un legame con loro: avevamo simili origini.
Lei ha aiutato alcune persone a inserirsi in Valsesia: che cosa serve davvero perché l'accoglienza diventi vita quotidiana e non resti solo una parola?
Che la genti parli con i nuovi arrivati, invece tutti parlano, ma dietro o fra loro e non con i nuovi arrivati. Nel centro di accoglienza di Scopa ad entrare giornalmente e con assiduità all’inizio eravamo in tre. Il resto della Valsesia restò indifferente. E il primo hotel dove riuscimmo a inserire il primo lavoratore fu il Mirtillo Rosso, una realtà molto aperta all’integrazione. Anche quando arrivarono ad Alagna alcune profughe donne ucraine, e tre bambini, furono le strutture ricettive ad accoglierle a lavorare. Dopo di loro ho aiutato nell’organizzazione del primo viaggio di israeliani che sono venuti a conoscere la nostra valle per stabilirsi fuori da Israele e venire a vivere in Europa, anche a un primo gruppo di loro ho insegnato italiano. Per me chi viene qui per stabilirsi e non per turismo, da qualsiasi parte della Terra arrivi, è il benvenuto.
La montagna può essere un luogo difficile per chi arriva da fuori, ma anche un luogo capace di accogliere. Che risposta ha trovato nella comunità valsesiana?
La parola “comunità” è stata un altro dei temi proposti per un anno intero nella mia scuola anni indietro. I ragazzi africani non avevano mai visto la neve, non erano mai saliti in montagna. Ci sono venuti con me…e pochi altri che hanno contribuito sempre con generosità e anche dietro le quinte, perché per la neve ci vuole un particolare abbigliamento e lo stesso per organizzare una squadra di calcio…meno male che molti mi hanno aiutato. Pochi però in prima persona. Ancora adesso io vedo una grande diffidenza. Solo chi ci entra in contatto per davvero riesce ad instaurare un rapporto fatto non di stereotipi ma di concretezza.
Guardando alla sua esperienza di maestra, cittadina e persona impegnata nell'integrazione, che Valsesia immagina per i bambini e per le famiglie di domani?
Una Valsesia magari più vera, ma che fa orti, coltiva campi, taglia la legna e si scalda con la stufa, gente che riscopra il paradiso in cui vive, ami camminare e respirare a piedi nudi sulla terra. Magari la Valsesia del futuro non sarà così, ma fortunatamente non sarò più qui a vederla.
















