A Fobello il puncetto non è soltanto un merletto. È memoria, identità, pazienza, eleganza. È il gesto antico delle donne che, dopo il lavoro nei campi o in casa, si ritrovavano alla sera e intrecciavano filo, racconti e vita quotidiana. È una tradizione minuta solo in apparenza, fatta di nodi piccolissimi, ma capace di custodire una parte profonda della cultura valsesiana. Il Museo del Puncetto di Fobello nasce proprio per conservare e raccontare questo patrimonio. Al suo interno si trovano pizzi, abiti, manufatti e oggetti legati alla storia del costume locale: non semplici pezzi da esposizione, ma frammenti di un mondo in cui l’abito tradizionale accompagnava le donne nei diversi momenti della vita, dalla festa al matrimonio, dal lutto alla quotidianità.
A raccontare il valore di questa arte è Simona Arnoletti, che ci accompagna dentro una tradizione unica, ancora viva grazie alla passione delle puncettaie, dei volontari e di chi continua a credere che certi saperi non debbano essere lasciati indietro.
Che cos’è il puncetto?
Il puncetto è un merletto ad ago, un pizzo costruito con tantissimi nodi. Si esegue soltanto con l’ago da puncetto e con filo di cotone. Una volta realizzato, viene utilizzato per abbellire la biancheria, quindi lenzuola, tovaglie, tende, ma anche gli abiti tradizionali. Non è però solo un elemento decorativo. Il puncetto è storia, è cultura. A Fobello, in particolare, è parte dell’identità del paese.
Possiamo definire Fobello la capitale del puncetto?
Sì, possiamo definire Fobello capitale del puncetto, soprattutto del puncetto colorato. Il puncetto colorato è nato qui perché serviva ad abbellire l’abito tradizionale. A Fobello il puncetto non è soltanto un pizzo: è la cultura di un paese. Nel museo ci sono molti capi che raccontano questo legame, perché un tempo le donne indossavano l’abito tradizionale durante tutto il loro percorso di vita. Non solo nel giorno del matrimonio o nelle feste, ma anche nel lutto e nella quotidianità.
Se dovessimo descrivere il puncetto in tre parole, quali sceglieresti?
Sicuramente lentezza, eleganza e tradizione. Lentezza perché il puncetto richiede tempo, attenzione, pazienza. Eleganza perché il risultato finale ha una raffinatezza unica. Tradizione perché ogni nodo porta con sé un sapere antico, tramandato nel tempo.
Che ruolo aveva il puncetto nella vita delle donne di Fobello?
Una volta quasi tutte le donne facevano puncetto. Era un modo per abbellire il proprio abito di tutti i giorni, ma era anche un momento di condivisione. Lo facevano soprattutto alla sera, quando si ritrovavano dopo i lavori nella stalla o dopo le faccende di casa. In dialetto si diceva “fevorgia”, cioè fare veglia. Le donne si riunivano, lavoravano al puncetto, raccontavano gli episodi della giornata e condividevano il tempo. In un certo senso, era il social di una volta.
C’è un pezzo, tra quelli esposti, che racconta in modo particolare la storia del puncetto locale?
Sicuramente tutti gli abiti esposti raccontano la cultura del paese. Però un pezzo particolarmente emblematico è il dipinto di Enrico, acquisito dal museo, che rappresenta la tradizione del battesimo con la culla portata sopra la testa. È un’immagine che racconta Fobello, la sua cultura e la sua tradizione. Per questo può essere considerato uno dei pezzi più rappresentativi. Nel museo sono conservate anche creazioni uniche.
Quali sono i pezzi più particolari?
Uno dei pezzi unici recentemente donati è un abito nero di Mila Schön con inserti in puncetto nero. Il puncetto è già difficile da realizzare, ma lavorarlo con un filo nero lo è ancora di più. Il risultato, però, è di un’eleganza straordinaria.
Quanto tempo ci vuole per imparare bene il puncetto?
Stabilire un tempo preciso è difficile, perché ognuno ha una propria predisposizione. All’inizio è molto importante imparare con un’insegnante accanto, perché nei primi gesti bisogna apprendere non solo il movimento, ma anche la postura corretta, in modo che il filo cada poi automaticamente. Servono tante ore. Un corso di dieci lezioni da due ore permette di imparare le prime basi, ma per arrivare a lavorare bene ci vogliono tempo, pratica e molta passione.
Qual è la parte più difficile da eseguire?
Il punto in sé è sempre un nodo di ritorno e un nodo di andata. Nel puncetto, però, la parte più difficile non è tanto il punto, quanto la costruzione del pezzo. In alcuni disegni bisogna eseguire dei lanci lunghi, ed è difficile quantificare il filo su cui poi si andrà a costruire il ricamo. Anche le parti curve, come i disegni con foglioline o con lanci lunghi, sono molto complesse. Per questo vengono insegnate solo dopo aver imparato bene la base.
Nel mondo della moda qualcuno si è ispirato al puncetto?
Sì. Negli anni Settanta la stilista Mila Schön realizzò una collezione con abiti impreziositi da inserti in puncetto. Il problema, però, è legato ai tempi di realizzazione. Il puncetto richiede moltissimo lavoro, quindi è difficile pensare a una produzione in serie. Si può realizzare una collezione, un capo, un pezzo speciale, ma non una distribuzione su larga scala. Più recentemente anche Loro Piana ha realizzato camicie con inserti in puncetto, ma per riuscire a produrre i metri necessari hanno lavorato insieme diverse puncettaie. È una tecnica che richiede tempo, e proprio questo la rende preziosa.
Si può vivere di puncetto oggi?
È molto difficile. I tempi di produzione sono lunghi e le spese fisse di un’attività difficilmente possono essere coperte soltanto con il puncetto. Quello che spinge a continuare è soprattutto la passione, insieme alla soddisfazione di vedere il capo finito. È un lavoro che richiede dedizione, ma anche amore per la tradizione e per la bellezza del risultato finale.
Il puncetto di Fobello è davvero unico al mondo?
Sì, è un merletto unico al mondo. Sulle sue origini non esiste una certezza storica definitiva, ma ci sono ipotesi interessanti. Alcune tecniche di ricamo e cucito provenienti dal Marocco presentano forti somiglianze con il nodo del puncetto e con la tecnica in sé. Da qui nasce l’ipotesi che questa lavorazione possa essere arrivata attraverso le invasioni saracene. I Saraceni non passarono direttamente da Fobello, ma passarono dalla Svizzera; e dalla Svizzera arrivarono i Walser. È quindi possibile che il puncetto sia giunto attraverso questi passaggi, anche se resta una ricostruzione non confermata da una prova storica certa.
Come si può mantenere viva questa tradizione senza lasciarla morire? Bisogna supportare le Pro loco e tutte le realtà che si impegnano per organizzare eventi, attirare persone e far conoscere il puncetto. È importante raccontare anche le difficoltà che ci sono dietro questa arte: i tempi lunghi, la complessità, la necessità di imparare da chi sa ancora tramandare la tecnica. Servono occasioni pubbliche, incontri, dimostrazioni ed eventi capaci di far conoscere non solo il pizzo in sé, ma tutto il mondo che porta con sé. Una cultura da custodire nodo dopo nodo
Il Museo del Puncetto di Fobello non è soltanto un luogo dove osservare manufatti antichi. È uno spazio in cui si comprende come un filo possa diventare racconto, appartenenza, identità. Ogni abito, ogni inserto, ogni piccolo nodo parla di donne, famiglie, veglie, pazienza e comunità. In un tempo che corre veloce, il puncetto ricorda il valore della lentezza e della cura. E proprio per questo continua a essere attuale: perché custodisce una tradizione fragile, ma ancora capace di parlare al presente.






























